Il dio razzismo




In questo articolo mi propongo di parlare di un dio subdolo e doppio, quel dio che ci induce a espellere, escludere ciò che spesso arricchisce l’anima: il dio razzismo. Vorrei osservarne le componenti come fenomeno sociale e le immagini come dinamica intrapsichica. Lo faremo con maggiori cautele rispetto a Jung, ma con le stesse di Hillman. Cautele necessarie perché quando si parla di “Ombre” ad un bambino il rischio è che si impaurisca. Ma noi sappiamo che individuarsi significa guardare fuori dalla finestra e osservare i mostri, che poi sono sempre prodigiosi.

Una premessa è d’obbligo:

Questa facoltà (l’immaginazione) è ritenuta così essenziale che neppure le rappresentazioni fondamentali dello spazio e del tempo potrebbero sorgere senza di essa. L’immaginazione è attività sintetico-compositiva, anzi: la condizione a priori della possibilità di ogni composizione del molteplice in una conoscenza. … Nessun reale può costituirsi al di fuori della percezione, ma la percezione non può costituirsi al di fuori della facoltà sintetica dell’immaginazione. [Massimo Cacciari]

Con queste parole Cacciari ribadisce quanto contenuto nella Critica della Ragion pura. Nessun tipo di conoscenza può avvenire a posteriori. Solo ciò che è stato immaginato può essere percepito. Può essere reale solo un concepito dell’immaginazione.
L’unico contatto che possiamo avere con la realtà si fonda su pre-supposizioni, pre-giudizi, pre-visioni.
In quest’ottica il razzismo va rivisto facendo considerazioni di ampio respiro. Non si tratta di un atteggiamento politico deprecabile, quanto piuttosto un immaginario psichico che ha la sua ragion psichica d’essere. Nella misura in cui si combatte il razzismo mettendo a fuoco una categoria di persone che si ritiene siano razziste, si è razzisti a nostra volta. Questo pone questo fenomeno in una posizione estremamente delicata poiché gli strumenti attualmente posti in essere per ridurre il razzismo finiscono per alimentarlo.

Qui cercheremo, dunque, di affacciarci dalla finestra, di osservare il fenomeno sociale per catturare informazioni su come funzioni la psiche, e osservare la psiche affinché ci dia informazioni sul fenomeno sociale. E lo faremo partendo da un racconto dato che, come Hillman suggerisce, la psiche si sostanzia in un racconto e con i racconti noi conosciamo, descriviamo e, spesso, prescriviamo leggi al mondo psichico intorno a noi e a quello dentro di noi.

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Le differenze tra Noi e L’altro

A 15 anni iniziai a frequentare Roma. Da bravo ragazzo di provincia giungevo nella città eterna come lo schiavo platoniano che usciva dalla caverna per mezzo di una corriera blu. Ogni angolo, ogni oggetto, ogni palazzo, ogni cosa destava stupore e senso di meraviglia. Sui mezzi pubblici ero obbligato a prossemiche per me impensabili e quindi provavo a ritrarmi, per quello che potevo, cercando di generare uno spazio vitale invalicabile. Mi sentivo decisamente poco metropolitano. Tutte quelle facce diverse mi attraevano e impaurivano. Pelli multicolore e sillabe dodecafoniche. Sentivo di dover assumere un comportamento il più possibile cosmopolita. Per questo quando arrivavo dentro il treno della metro individuavo, con un solo attimo, il più nero e mi sedevo accanto a lui ostentando disinvoltura. Poi, un giorno, seduto accanto a un nigeriano nero come la pece, scelto sapientemente, vidi un cinese e, ancora, un filippino seduto in fondo, un eritreo e poi un peruviano. Quella volta, mi saltò alla mente che nello scegliere stavo escludendo tutti gli altri, compresi i connazionali. Insomma ghettizzavo gli europei. Nel mio rinnovato buonismo mi chiesi cosa stessi facendo e, d’un tratto, mi accorsi di essere tremendamente razzista.
Ogni volta che ci accorgiamo di differenze tra noi e l’”Altro” siamo razzisti. Il cervello umano è progettato per fare economia di energie, e non c’è migliore strategia che generare categorie di immagini e di immaginari. Questa facoltà, insieme alla memoria, contribuisce alle nostre capacità di pre-vedere il futuro al fine di assicurarci la sopravvivenza e la possibilità di riprodurci. Teniamo presente che pre-vedere spesso significa imporre agli eventi un certo corso. Strano come il mondo si comporti assecondando la matematica e non sarà un caso che l’etimologia di questa parola rimandi alle “anticipazioni convenute”.
Da un punto di vista psicodinamico lo scopo è pressoché il medesimo. Ogni categoria e ogni ricordo viene impiegato per la sopravvivenza della nostra struttura psichica attuale.

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Omeostasi e Allostasi

L’omeostasi è un dio a cui molta parte di questo mondo anela. E per ottenere questi risultati cognitivi e psicodinamici abbiamo affinato al massimo le nostre capacità. Fin troppo facile, quindi, distinguere un congolese da un norvegese, meno facile distinguere un chietino da un pescarese o un reatino da un ternano. Eppure. Basta una pettinatura, il colore dei vestiti o il loro abbinamento, basta un gesto o il modo di star seduti su una panchina. Insomma. Basta poco per riconoscere qualcuno che non appartiene alla nostra “cerchia”. E quando lo individuiamo, costui diventa lo specchio su cui proiettare gli aspetti di noi che conosciamo poco o per nulla.

In sintesi il razzismo è quella funzione psichica che ci proteggeva dagli appartenenti a tribù confinanti, ma anche la funzione che ci protegge da emozioni, bisogni, motivazioni o azioni poco desiderabili a noi stessi e alla nostra cerchia relazionale. Ghettizziamo, ad esempio, l’odio fraterno o per le figure genitoriali, formando, reattivamente, un’immagine opposta, ossia un emozione bianca e candida come l’amore.

Ecco, dunque, cosa è il razzismo in senso immaginale. Il razzismo è l’immaginario di poter essere dati una volta per tutte, sempre uguali a noi stessi, mai in cambiamento o contraddizione, e capaci di far si che tutto resti come è. Ma, come diceva Tomasi di Lampedusa, bisogna che tutto cambi. L’immaginario di staticità psichica è necessario alla psiche perché, in opposizione al cambiamento, ci consente un’evoluzione equilibrata. Ed eccoci di fronte a un dio meno conosciuto, l’Allostasi, ossia la stabilità generata dal cambiamento. La Psiche, così come il corpo, ha bisogno di sistemi omeostatici che dialoghino con paralleli sistemi allostatici.

Abbiamo detto, quindi, che la funzione del razzismo ci proteggeva, notare il tempo imperfetto, da tribù confinanti e da emozioni indesiderate. Ma, mentre la funzione sociale del razzismo si è persa perché la civiltà si è evoluta in unica grande tribù, la funzione psichica del razzismo resta ancora attuale e necessaria. Il rischio che si corre, dunque, nel combattere il razzismo, è quello di buttare il bambino con tutta l’acqua sporca, ossia di combattere tanto la funzione sociale che richiede effettivamente, oggi, un contenimento, tanto quella psichica che richiede, sempre, una sua ragion d’essere.
Spegnere il fuoco col fuoco? Piuttosto spostare il focus dal sociale all’intrapsichico, come fa la psicoterapia. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di favorire la conoscenza dei propri immaginari razzisti per far si che si riesca a favorire la nascita, psicologicamente sostenibile, di immaginari emergenti extracomunitari. Tali immaginari sono spesso legati ad aspetti “Ombra” e per questo vengono proiettati sulla nera e ombrosa pelle. L’integrazione degli aspetti ombra, ossia di quegli aspetti indesiderati e che non ci piacciono di noi, è l’unica vera azione che va nella direzione di un contenimento del razzismo. Ma se invece ingiuriamo un razzista è la sua ombra che sta facendo il paio con la nostra. La psicoterapia ha trattato i pazienti come bimbi da proteggere dal mondo minaccioso. In questo modo, inconsapevolmente, o dolosamente, la psicoterapia si è alleata con l’Ombra, si è difesa dall’Ombra, ossia è stata razzista. Oggi la psicoterapia deve cambiare, deve riportare i pazienti ad agire nel sociale senza ghettizzare la materia rispetto allo spirito.

Infatti, se la psicologia del 900’ ha tenuto “chiusa la finestra”, ossia se ha trattato i pazienti come perle corrotte dal mondo concreto, ha anche parallelamente lavorato nella direzione dell’inclusione dell’Altro dalla psiche. Un terapeuta sa che l’esclusione di ciò che è estraneo, il sintomo, è il primo elemento che entra nella stanza di terapia. Il primo a cui dare un‘ accoglienza blanda ma rigorosa, nell’ottica di estirpare questo automatismo espulsivo. Ma perché una disciplina votata al benessere psichico sembra fondarsi su obiettivi che si oppongono alla sopravvivenza? Perché se il sistema di categorizzazione e l’omeostasi ci permettono di risparmiare energie, la psicologia le boicotta? Perché? Sembra proprio che la psicologia abbia promosso l’omeostasi nel concretismo, vedendo i pazienti come materia da proteggere rispetto al mondo, mentre ha, al contempo, promosso l’allostasi nell’intrapsichico, vedendo nelle “parti ombra” delle risorse. Eccolo il doppio legame della psicologia, il doppio messaggio che intima una azione sociale opposta a quella intrapsichica. Ecco cosa Hillman ci invita a sanare. Invitandoci alla finestra, Hillman ci suggerisce che la possibilità di accogliere le ombre risiede nello sforzo di accoglierle nel concretismo. Il mondo non è il luogo che minaccia la nostra essenza ma è solo lo specchio di come noi la minacciamo. Il razzismo è dunque la nostra tendenza a escludere le ombre e questo è funzionale al poter vivere, ma altrettanto funzionale è la loro accoglienza, poiché promuove l’allostasi, ossia il cambiamento funzionale all’equilibrio psichico.

Con doppio legame ci riferiamo al doppio messaggio in cui la parte verbale contraddice il non verbale, inducendo alla metacomunicazione o alla chiusura. La psicologia ha fatto questo più volte. La semplice prescrizione dell’”essere spontanei” costituisce un doppio legame. Quindi la Psicologia ha proiettato l’ombra sul mondo attaccandola in agito, per poi difenderla nel setting. Dunque l’assenza di razzismo fa male come l’eccesso di razzismo. La cura del razzismo produce razzismo. L’eccesso di allostasi (cambiamento) fa male come l’eccesso di omeostasi, e favorire il cambiamento porta alla cristallizzazione. Strani equilibri i nostri.
Ma torniamo alla domanda precedente. Perché la psicologia individuò meccanismi psicologici utili alla sopravvivenza e poi li combatté. Semplicemente perché scoprì che sopravvivere non è sinonimo di benessere. Questo, il benessere, coincide con la possibilità che ha ogni singolo individuo di individuarsi e di chiudere la sua vita senza che l’inizio coincida con la fine. La psicologia scoprì anche (oppure lo rubò dalla filosofia) che l’idea di potersi evolvere produce più benessere dell’idea di restare come si è. Quest’ultimo atteggiamento è conservativo e produce tutela dello status quo, produce stasi e quindi un tono emotivo stabile ma tendente al neutro. Mentre la generatività che da l’incontro con ciò che è altro da noi, produce o deriva da un eros ricco di emozioni e di opportunità evolutive.
In realtà la psicologia dovrebbe avere come obiettivo la deflazione degli eccessi e la sollecitazione delle carenze ma, ancor più, ha come obiettivo ascoltare e canalizzare l’Eros, ossia l’energia che ci spinge a essere ciò che realmente siamo. Il percorso terapeutico è orientato, quindi, all’individuazione, ossia a divenire ciò che realmente si è, in barba alle aspettative di chi ci circonda e nostre.
E’ buffo ma sembra che il benessere psichico poggi sulla possibilità di divenire nel mondo un individuo rispetto a cui la società esprime razzismo e espulsività. La nostra estraneità al mondo è la misura della nostra autenticità e equilibrio. L’oggetto del razzismo è l’esito dell’individuazione. L’oggetto del razzismo è l’alterità che ci contraddistingue e che non vogliamo accettare di noi. Ciò che vogliamo essere è ciò che ghettizziamo.
Stigmatizzare un razzista è ripetere l’errore della Psicologia, significa agire quell’immaginario proiettandolo fuori. Riconoscere in lui il nostro stesso bisogno di inserimento sociale, il nostro conformismo, la nostra stessa necessità di essere riconosciuti e stabili. Questo riconoscimento è l’unico mezzo per combattere il razzismo come fenomeno sociale, accoglierlo come fenomeno psichico e riconoscerlo. Ogni volta che discutiamo di calcio, di arte, di letteratura. Ogni volta che ciò che ci è estraneo ci viene a disturbare e a dire che ci mancava un’altra tessera per osservare.
Allora mi riconosco quando all’ingresso di molte Facoltà italiane trovo una targa che annuncia il ripudio del razzismo. Ma sorrido quando la trovo davanti alla facoltà di Psicologia. Solo la psicologia asservita alla medicina può riconoscersi in questa targa. Ma la psicologia che parla alla Psiche starebbe soltanto limitata rifiutandone una porzione. Come se all’interno delle stanze d’analisi scrivessimo vietato l’ingresso ai razzisti, ai fascisti e ai cani. La terapia non può permettersi questo e la targa affissa alimenta un fenomeno sociale rifiutando quello psichico che sul sociale si proietta. Questa è la psicologia che non fa parlare tra di loro l’omeostasi e l’allostasi.

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Mitologia del Razzismo

Ma proviamo a vedere gli antichi come vivevano il razzismo.

Zeus aveva come epiteto Xenios ossia protettore dei viandanti e degli stranieri. Era nume tutelare della xenia. La xenia, da cui la parola xenofobia, era il rito dell’ospitalità che vedeva come un dovere l’ospitalità e il reciproco rispetto tra padrone di casa e ospite. Leggiamo poi nel Dizionario d’ogni Mitologia:

Le persone ricche, che vivevano con magnificenza in codesta nazione, avevano alcuni appartamenti di riserva, con tutte le necessarie comodità per ricevervi gli stranieri che andavano presso di loro ad alloggiare. Era costume che dopo averli trattati solamente il primo giorno . in seguito mandavano ad essi quotidianamente alcuni presenti di cose che loro venivano dalla Campagna, come polli, uova, erbaggi e frutti. Gli stranieri dal canto loro non mancavano di contraccambiare

Che letto in trasparenza suonerebbe più o meno così:
Gli individui con molte energie psichiche e con la voglia di incontrare nuovi panorami psichici, hanno spazi psicologici di riserva con tutto il necessario per accogliere immaginari sconosciuti e nuovi. Tali energie sono utili a nutrire questi nuovi immaginari che diverranno, a loro volta di nutrimento
In sintesi gli aspetti “ombra” sono di nutrimento. Gli antichi avevano saggiamente definito riti e processi per l’integrazione di ciò che ci è estraneo.

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Conclusioni e razzismo contemporaneo

Invece oggi il decreto sicurezza di Salvini sembra definire riti di espulsione. Vediamo come oggi la psiche individuale e collettiva sia dominata da un immaginario opposto a quello della xenia. Il decreto sicurezza chiude le frontiere, riduce l’ospitalità e i soldi, ossia le energie, da destinare a ciò che ci è estraneo. Forse anche come reazione ad una inflazione di accoglienza precedente, ma tanto è. La psiche collettiva e quella individuale fuggono, oggi, dall’incontro con l’Ombra, la affamano, la tengono fuori dalla porta.

Ma tutte le volte che un immaginario rimane fuori dalla porta diventa furioso e violento nella psiche. Ma vero è anche che una porta è fatta per stare aperta e chiusa e anche questo archetipo richiede rispetto.
Restando nell’intrapsichico, facciamo un esempio. Una ragazza di 19 anni si fidanza e vive la sua relazione con amore e dedizione. Presa dall’ideale dell’amore si da e prende da questa relazione. Poi sulla soglia dei suoi 23, d’improvviso, avverte repulsione per quello stesso oggetto d’amore. Cade in una profonda agitazione e poi ansia. Non può voler lasciare l’oggetto. Lo deve amare! Come si conviene nell’amore! Non vuole dare cittadinanza a questa e-mozione, come sarebbe avvenuto nella xenia. L’emozione, clandestina, agirà subdola dietro le quinte promuovendo un’unione eterna spiacevole, o promuoverà una angosciante separazione violenta nel concretismo.

Invece deve diventare patrimonio psichico, permettendo una separazione dolorosa o una unione in cui si rinuncia, saggiamente, all’idea che si ha dell’altro e lo si accoglie per ciò che è. La psiche oscilla pericolosamente tra i due poli, espulsione-accoglienza, ma, facendolo, sopravvive nell’alternanza tra omeostasi e allostasi. E la politica sia fa specchio e, se dilatiamo leggermente la nostra visione, se osserviamo come i moti politici si sono susseguiti, ci accorgiamo che l’altalena tra stasi e cambiamento avviene sempre con ciò che è estraneo allo Zeitgeist. Ecco che i tweet di Salvini e di chi è all’opposizione, se letti in trasparenza, sono l’evidenza dei processi psichici che conducono all’individuazione.

“Col PD Caos e Clandestini, con la lega ordine e rispetto”. La battaglia politica del leader della Lega diventa, qui, mera descrizione della Psiche. Una Psiche che transita e nasce dal Caos e dalla Nigredo alchemica in cui ciò che è clandestino all’Io produce il concepimento. Ma anche una Psiche che transita poi l’ordine e l’ancoraggio allo status quo. Un’oscillazione vitale che giungerà alla congiunzione degli opposti.

Quindi dobbiamo essere razzisti ma poi bisogna sapere di essere razzisti. Una volta che si è raggiunto questa accoglienza della propria bieca anima, si riuscirà a convivere con l’altro. Penso che quando Jung stesso fu tacciato di essere filonazista si muovesse in questo stesso specchio di anima ma, ahimè, Jung non accettò mai il fatto che questa doppio movimento non potesse trovare divulgazione, e mi trovo a vivere il medesimo dramma, un dramma che trasuda in questo scritto votato al Politically Correct.

L’opposizione esterna è un’immagine della mia opposizione interiore. Dopo che l’ho capito, taccio e penso alla voragine dei conflitti presenti nella mia anima. [C.G.Jung, Libro Rosso]

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Info sull'autore

Luca Urbano Blasetti

Psicologo e Psicoterapeuta; Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica sul tema Creatività e sue componenti dinamiche; Responsabile del Centro Emmanuel per Tossicodipendenti di Rieti presso cui cura diversi progetti regionali; autore di diverse pubblicazioni psicologiche; lavora nel suo studio.

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