L’Isola delle rose: Elio colpisce ancora

Ma che ne sapevo io che nel 1968 un tizio chiamato Giorgio Rosa, con un manipolo di folli come lui, costruì una piattaforma a largo di Rimini e la dichiarò Stato indipendente!

Elio Germano colpisce di nuovo e lo fa consolandomi in una notte insonne. Maledetta insonnia… sarà che è ora che mi svegli? Insomma vi propongo uno sguardo in trasparenza su Giorgio, sull’isola, sulle rose e sull’affondamento delle isole. Ma prima di tutto un breve cenno sulla trama del film e sulla trama di quanto è, ho scoperto, accaduto realmente nel 1968. Insomma questo non è solo un racconto ma un evento vero e proprio. Riletto ci dirà qualcosa del processo di individuazione e sulla psicomagia.

La trama del film dell’isola delle Rose

Giorgio Rosa, ingegnere genialoide, dopo aver costruito un’auto con le sue mani, in seguito a non so bene quali spinte, e non so con quali fondi (ma facilmente Wikipedia potrà colmare questi dubbi per chi volesse) costruisce un’isola e si dichiara presidente di uno stato indipendente. Emise una lingua ufficiale, l’Esperanto, una moneta, un governo, francobolli… insomma a tutti gli effetti una vera e propria micronazione. Una piattaforma di 400 metri quadri sul mare che, alla fine, fu occupata dalle forze di polizia e poi affondata. Ma nel film c’è un vero e proprio attacco militare con cannoni ruggenti dell’Andrea Doria. (Scusate lo spoiler ma si intuiva)

L’isola di Dioniso

Mi sembra evidente che dichiararsi indipendenti nel 1968 non è che sia stata una cosa così originale. E mi sembra evidente che facilmente l’isola delle Rose possa essere divenuta rapidamente un presidio dionisiaco. Si perché liberi da norme, da convenzioni e così via, direi che la libertà facilmente va verso quelle che si chiamerebbero nella Roma antica, le Baccanali, le feste dedicate a Bacco dove vino, ambrosia, e i piaceri della carne la fanno da padrona. Ma Dioniso non arriva mai per caso, Dioniso arriva con lo scopo di smobilitare ciò che è rigorosamente tracciato. Le baccanali propiziano sempre una rivoluzione paradigmatica. Quella necessari a che il processo di individuazione abbia inizio. Quando questo processo rimane incistato nel suo incipit, allora si inflaziona Dioniso e con lui la dipendenza e la tossicodipendenza che è la sofferenza di chi non vuole individuarsi fingendo di volerlo fare. Allora il ’68 è l’anno di quell’incipit, è l’anno in cui si è data cittadinanza all’idea del processo di individuazione. Ma iniziamo dall’Isola.

Isola etimologia

Seguendo la via Dionisiaca, direi che la parola Isola ha un etimo incerto che, per comodità, si fa rinviare alla separazione dalla terra, ma a noi piace quell’etimo che divide la parola in “in” e “salus”, e che ci restituisce un significato che parla della “Agitazione dei flutti”, della tempesta, dello scuotimento. Effettivamente le isole sono ritenute l’emersione della terra magmatica dalle profondità del mare e si ritenevano figlie di Poseidone in persona. E Poseidone, si sa, è umorale. Ma dirò di più le isole sono i luoghi in cui abitano gli eroi. Ma non tutti insieme, ogni isola ha il suo eroe. Allora ecco che un tizio, di nome Giorgio, eroico “sconfittore” di draghi, scosso nell’animo e dopo aver incontrato il suo inconscio, ossia una volta preso contatto col mare profondo in cui tutte le immagini vivono le loro origini, fonda uno stato indipendente. Un‘isola in cui vivere. E lì può restare eroe per sempre perché quando sei isolato come un isolano, le tue idee e le tue fantasticherie diventano una vera e propria prescrizione alla realtà.

Le rose

Oltre che nel cognome, le rose diventano simbolo dell’isola. Le rose che circolarmente rimandano alla circolarità del mandala. E il mandala è sempre una evidenza grafica del nostro processo di individuazione che è, lo ricordo e lo spiego per chi non lo sapesse, il lungo e lento percorso attraverso cui accettiamo e scopriamo chi siamo, il tutto smettendo di credere che le aspettative, nostre e del mondo intorno a noi, coincidano con noi. Individuarsi significa integrare la parte più infera e, soprattutto presentarla al mondo.

“Un unico giorno abbraccia la vita di una rosa
In un istante essa unisce gioventù e vecchiaia”

Così ci diceva Decimo Magno Ausonio a proposito delle rose, e così noi rileggiamo nelle rose proprio la sintesi tra il puer e il senex. Ma la rosa è anche il fiore degli eroi, è il fiore di San Giorgio e quindi troviamo nell’atto di fondare uno stato costruendo un’isola che ha a che fare con le rose, il pericoloso incipit di un processo di individuazione che, se mal gestito potrebbe diventare, ahimè,  una tomba, soprattutto se invece di essere un incipit diventa un punto d’arrivo.

La polizia

La polizia, quella cattiva alla fine affonda l’isola e, anche se mentre guardiamo il film ci sta antipatica, in realtà fa ciò che è opportuno secondo necessità. Si perché individuarsi comprende anche l’atto finale, quello di rimettere in connessione chi siamo col resto del mondo. Se ciò non avviene resteremo per sempre eroi nell’isola stato, indipendenti ma soli. Allora non si può dire che “nessun uomo è un’isola”, non si può perché in verità ognuno di noi finge di essere connesso alla terraferma, al mondo, poi scopre di essere un’isola, e poi passa il resto della vita a connettersi con la terra ferma

L’isola delle rose e la psicomagia

Insomma il film di Elio (quanto mi piace chiamarlo per nome) è un allegoria del processo di individuazione. Una metafora del percorso evolutivo che ognuno di noi transita. Ognuno di noi attraverso la follia, scopre che c’è qualcosa che non combacia con quello che il mondo si aspetta da lui. Allora, solo l’atto di un eroe può vederlo combattere contro il drago e fondare una propria terra indipendente, una terra in cui può essere chi realmente è. Per fondare questa terra libera e senza maschere deve però prendere la via del mare, dell’inconscio come lo chiamava Freud. Ma poi, alla fine, l’isola è sempre matericamente parte della terra ferma che si estrude dal profondo del mare. Insomma quello di Giorgio Rosa è un vero e proprio atto psicomagico alla Jodorowsky maniera, un’azione perpetrata nel concretismo che promuove una speculare metamorfosi nell’anima.

Conclusioni

Dunque, dopo che abbiamo coniato le nostre monete, i nostri francobolli, dopo che abbiamo costruito una lingua tutta nostra e ci siamo connessi con norme che rendono lecito ciò che è comunemente ritenuto illecito, dopo tutto questo ci viene in mente un altro film, “Into the wild”, che, nel finale, vede Christopher dire che “La felicità è reale solo quando è condivisa”. E similmente il film sull’isola delle rose, ha un epilogo che ci spingerebbe a fare una rivoluzione contro la polizia. Ma leggere in trasparenza significa accogliere ciò che istintivamente rifiuteremo, e qui, nella soppressione dell’isola c’è un invito a non isolarsi, a non ritenersi eroi, a non essere tracotanti, a individuarsi ma, dopo averlo fatto, cercare il modo di connettersi al mondo, a condividere. Questa è la differenza tra arte e psicosi, ossia la prima è una psicosi che siamo riusciti a connettere col resto del mondo. Similmente Elio sorride di fronte alla sua isola che affonda nel finale e sembra quasi ringrazi i cannoni e i cannonieri che lo stanno riconnettendo alla terra ferma.

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Info sull'autore

Luca Urbano Blasetti

Psicologo e Psicoterapeuta; Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica sul tema Creatività e sue componenti dinamiche; Responsabile del Centro Emmanuel per Tossicodipendenti di Rieti presso cui cura diversi progetti regionali; autore di diverse pubblicazioni psicologiche; lavora nel suo studio.

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