Internet è un assassino

Morire a 11 anni per suicidio. Parole che fanno rabbrividire.

Morire suicida a 11 anni, con un possibile reato di “istigazione al suicidio” a fare da sfondo. A cui si aggiunge una mediatica aggravante: internet. Che si chiami “Momo Challenge” o “Blue Whale” o con qualsiasi altro nome, internet diventa il nemico e il colpevole per una morte così incomprensibile.

Un fatto drammatico, un’età impensabile, motivazioni difficili da capire e un’ombra inquietante sullo sfondo: gli ingredienti per creare un caso mediatico. Una cassa di risonanza per stereotipi e fobie. Intanto un bambino si è tolto la vita. E tanti si sentono minacciati più dall’ombra inquietante di una sfida online che dal gesto terrificante di per sé di un bambino che si toglie la vita. In queste righe non pretendo di parlare di questa morte, ma dei meccanismi che ci fanno avere paura di sfide su internet più che dei meccanismi che ci possono spingere ad accettare le sfide stesse.

Internet è davvero un crudele assassino.

I mostri di internet

Il grande problema della scuola oggi è insegnare ai giovani a filtrare le informazioni di Internet, cosa di cui non sono però capaci neppure i professori, perché sono neofiti in questo campo(U.Eco)

Partiamo da un presupposto: non esiste nessuno psicopatico o nessun gruppo di psicopatici che si traveste da personaggio Disney e va insidiare persone, senza lasciare via d’uscita. Anche se sembra un’ipotesi plausibile, in realtà i social network più popolari, come Facebook, Twitter, Tik Tok, hanno un sistema di riconoscimento di identità molto più complesso di quello che si pensa.

Bastano un paio di segnalazioni per “falsa identità”, che il profilo viene bloccato in attesa di accertamenti. Questo è un dato oggettivo. Una catena di suicidi o di prove di “coraggio” estreme, attivate da un personaggio mascherato possono avvenire con maggiori probabilità nella realtà fisica piuttosto che su internet. Ma i dati di fatto, molto spesso, vengono non considerati a prescindere. Perché tutto ciò che non capiamo può mettere in crisi il nostro sistema cognitivo. E allora tanto vale creare una struttura di illusione talmente assurda da essere verosimile. Ma proviamo a procedere con ordine.

La teoria che puntualmente risuona davanti a gesti estremi di bambin* ed adolescenti è quella di catene su internet. Si ipotizza la presenza di una o più persone che si mettono in contatto con la vittima designata e la conducono in un circolo vizioso di cosiddette prove di coraggio, una serie di sfide che culminano con il passo ultimo del suicidio. La pena in caso di una sfida non accettata molto spesso è quella della ridicolizzazione estrema, del bullismo social, per usare una ulteriore definizione tipica per questi fenomeni. Qui abbiamo il primo elemento che in una teoria del genere non viene considerato a sufficienza: la reputazione (social e/o del mondo reale) che può valere più della stessa vita. Ma siamo sicuri che per gli adolescenti del terzo millennio sia così?

Noi guardiamo a fenomeni moderni, con uno sguardo antico. Con lo sguardo di chi su internet non è stato adolescente. Mi spiace, ma dobbiamo ammettere che raramente è possibile comprendere con lo sguardo degli adulti il mondo social, tipico della nostra modernità. E la novità che possiamo scorgere è che corre maggiori rischi su internet un presunto adulto che non un adolescente. O almeno rischi come quelli di una challenge ordita da un uomo mascherato.

Chiedete a un adolescente se crederebbe mai a un banner pubblicitario che gli dice di aver vinto un premio perché è il milionesimo visitatore di un sito. Fate la stessa domanda a una persona di cinquant’anni che vive i social per passatempo. Probabilmente, troverete risposte molto più convincenti di quanto si possa credere.

Essere adolescenti non coincide con l’essere incoscienti su internet. E internet è un luogo, seppure immateriale, reale. Con differenze sottili o sostanziali con la realtà fisica. Ma con un impatto parimenti importante nello sviluppo dell’immagine di un Sé in sviluppo.

Internet come assassino

Il concetto chiave non è più la ‘presenza’ in rete, ma la ‘connessione’: se si è presenti ma non connessi, si è soli (Antonio Spadaro)

Internet e i Social Network in generale sono degli assassini. Psicologicamente parlando sono degli assassini.

Se una persona sogna un funerale, non siamo davanti a un evento funesto. Stiamo osservando l’elaborazione di un cambiamento. Non c’è l’attribuzione di violenza. Chi sogna un morto non sta augurando o procurando la morte a qualcuno.

Pensiamo a internet come al sogno di un funerale. Il Web 2.0 ha generato un cambiamento profondo sia nel modo di interagire, sia in una sfera di definizione dell’immagine di Sé. E questo è un concetto che molti “adulti” fanno fatica a integrare in profondità. Perché subiamo costantemente la necessità di categorizzare la realtà in giusto e sbagliato. Ma la realtà non ha questa gradazione. Sono le persone a viverla. Come tanti adolescenti hanno vissuto i pub; altri hanno vissuto le salegiochi; altri ancora i cortili e i muretti. Anche lì c’era chi diceva che quei comportamenti erano sbagliati e pericolosi. Anche nei cortili c’erano prove di coraggio, riti di iniziazione che agli occhi degli adulti potevano sembrare gesti irrazionali ed estremi. Ma erano reali, potevano avvenire davanti allo sguardo di un adulto e quindi essere gestiti.

Internet non è comprensibile semplicemente al primo sguardo. Internet diventa il primo assassino della nostra comprensione pratica, meccanica. Non ci sono ginocchia sbucciate. Non ci sono gli sguardi dalla finestra. Non c’è il padrone della sala giochi a decidere quando si è speso troppo. E non c’è nemmeno il bidello o il maestro o il prof a riportare a scuola gli alunni che non sono entrati in classe per giocare.

Internet è uno spazio virtuale, che non esiste e che è dovunque.  Internet è la manifestazione dell’immateriale che irrompe nelle nostre vite materiali. Internet è la paura del buio che resiste anche alla luce accesa.

Internet è un mondo che non era stato pensato per bambini e adolescenti. Ma oggi è praticamente impossibile far vivere un adolescente occidentale, privandolo di internet. E allora sono gli adulti a dover rincorrere i progressi degli adolescenti.

Internet è un assassino. Ha ucciso un modo di vivere, simbolicamente. Concretamente, attraverso internet, si è creato un mondo da integrare con quello della realtà fisica. Una delle tante, immani sfide psicologiche, che ci viene proposta ogni giorno.

Conclusioni

Internet ha riaperto i giochi ma li ha anche confusi: lo struscio elettronico consente i bluff dei vigliacchi e le bugie dei mitomani (Massimo Gramellini)

È riduttivo e criminale attribuire a un concetto ampio come i social network la responsabilità di una morte. Internet è un mondo, è una realtà immateriale. Non è una persona. Ma sono persone tutti quelli che passano ore davanti a un computer. Per lavoro, per svago, per dipendenza, per “normalità”. È pericoloso per un adulto credere che gli adolescenti siano ingenui, soprattutto al computer.

Molto più utile potrebbe essere chiedersi cosa possono cercare gli adolescenti sul Web. E allo stesso modo cosa cercano sul Web gli adulti, con tutte le categorie e classi e obiettivi sociali che esistono.

No, Internet non è né un problema né una soluzione. È una realtà in continua, disarmante, evoluzione. Crescere, come adulti, e crescere accanto a bambini ed adolescenti è possibile, anche su internet. Non serve aver paura. Serve avere costantemente fame di farsi domande e di cercare le risposte, fianco a fianco con i diretti interessati. Gli adolescenti, su internet come nella vita materiale, hanno tanto da insegnare ai presunti adulti.

Info sull'autore

Teresa Di Matteo

Psicologa, Psicoterapeuta in formazione

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