Noa Pothoven

Quando le pene e i dolori sopraffanno la mia pazienza al punto di rendermi stanco della vita, posso concludere che sono richiamato dal luogo in cui sono stato posto [David hume]

Innanzitutto premetto che per rispettare la memoria di Noa Pothoven non troverai pubblicità o link a libri acquistabili all’interno di questo articolo. Scrivo riguardo l’argomento semplicemente per Fare Anima, per condividere con voi un mio sentito pensiero di fronte alla sofferenza e alla fragilità umana, e infine per rispondere a questa domanda che mi sono posto: esistono stati psicologici incurabili? 

Quando ci confrontiamo con una notizia così scioccante si apre dentro di noi una porta, un varco che ci trascina a riflettere su uno dei temi più importanti dell’intera esistenza: vale la pena vivere? Perché viviamo? Qual è il senso della vita? Inoltre attraversiamo una sorta di stargate di emozioni che ci proietta indietro del tempo a quando avevamo 17 anni, o guardiamo nostro figlio diciassettenne cercando di scorgere in lui malesseri incurabili.

Se la ragazza si fosse suicidata da sola, come purtroppo accade in molti casi, sarebbe stata una notizia passata superficialmente in sordina. Tuttavia il fatto che il suicidio della ragazza sia stato approvato da una commissione di professionisti ha qualcosa di perturbante e terrifico al tempo stesso. Immagino una ragazza che ha preso la decisione di morire e si trova sull’orlo di un precipizio mentre osserva il suo vuoto interiore; affianco a lei ci sono un gruppo di persone tra famigliari e medici, che la guardano e accettano la decisione, anzi che la spingono nel baratro, oltre la vita.

[Nda – Poche ore dopo che ho scritto questo articolo si è saputo che la ragazza non è morta a causa dell’eutanasia, ma in quanto si è lasciata morire da sola. Ci saranno altre evoluzioni della notizia, ma in questo articolo non parleremo del come sia arrivata alla morte, ma del perché, ovvero della questione sull’incurabilità di Psiche]

Noa era una ragazza diciassettenne olandese, autrice qualche anno fa del libro Winnen of leren [Vincere o imparare], nel quale raccontava la sua tragica storia di sofferenza e stupro. Da tempo meditava la morte e, infine, dopo tante lotte è riuscita a far approvare da medici e commissioni l’atto finale della sua esistenza. Infatti in Olanda i ragazzi e le ragazze al di sopra dei 12 anni possono scegliere quando morire, a patto che un medico specializzato abbia certificato una condizione irreversibile di salute fisica ma anche psicologica. La valutazione del medico viene ovviamente sottoposta alla supervisione di una commissione esaminatrice.
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L’incurabilità di Psiche

Prima di morire Noa ha pubblicato un messaggio sul suo profilo Instagram, un messaggio di saluto, le sue ultime toccanti parole. Eccone alcuni estratti:

Un triste ultimo post. Ho dubitato a lungo se condividerlo e alla fine ho deciso di farlo. Forse sarà inaspettato ma il mio piano era lì da molto tempo, quindi non è impulsivo.
Vado dritto al punto: entro un massimo di 10 giorni morirò. Dopo anni di combattimenti è finita. Ora ho smesso di mangiare e bere. Non sono stata davvero viva per così tanto tempo; sopravvivo, e nemmeno quello. Respiro ancora, ma non sono più viva.

Di queste parole mi colpisce la contraddizione tra la “lunga lotta” e “l’inaspettata decisione”. Come una conquista raggiunta dopo una lunga lotta può essere inaspettata? È vero che la Psiche è fatta di contraddizioni, ma evidentemente dentro di lei c’era ancora una parte che non si aspettava la decisione finale. Questa contraddizione mi crea un forte disagio nel poter valutare lucidamente la morte di Noa.

Sono ben curata, ottengo sollievo dal dolore e sono con la mia famiglia tutto il giorno (sono in un letto d’ospedale nel soggiorno). Sto salutando le persone più importanti della mia vita.
Sono molto debole quindi mi limito a questo per le persone più importanti. Con la presente, inoltre, chiedo di non inviarmi messaggi, non posso più gestirli.
Va tutto bene. Non convincermi che questo non sia giusto, questa è la mia decisione ed è definitiva. Grazie per il tuo supporto, sempre. Va tutto bene.

Sicuramente la salute della giovane olandese era compromesso. La questione che si pone ora è se esistano stati di malessere psicologico che valgano la morte di una persona. Non siamo qui sicuramente per giudicare. La storia dell’uomo è fatta di opinioni e giudizi sulla morte autoinflitta e non voglio aggiungerne un’altra. Alcune culture consideravano il suicidio una morte sacra, mentre altre un’onta deprecabile.

Il vita di Noa Pothoven conduce a chiedermi se esistano casi nei quali uno stato psicologico sofferente sia effettivamente incurabile.  Non ci saremmo scandalizzati se a portare al suicidio assistito Noa fosse stata una malattia fisica degenerativa, ma non siamo pronti a sentire che la Psiche possa essere incurabile. 

Esiste una parte incurabile della Psiche, una parte eternamente sofferente, un punto di non ritorno? 

La risposta è affermativa. Esistono frammenti dell’anima incurabili, schegge che non vogliono e non possono essere toccate. Come diceva Carl Gustav Jung Non tutto si deve o può essere curato. Siamo spaventati da questa evidenza psicologica in quanto abbiamo il terrore di raggiungere il buco nero dell’esistenza, il punto di non ritorno, il fondo dal quale non è più possibile risalire. Abbiamo paura di sentire la morte esistenziale quando il nostro corpo è ancora in vita, temiamo il confronto con il nostro assassino interiore [CLICCA QUI per leggere il mio articolo specifico che affronta il tema del suicidio].

Non sempre la Psiche vuole essere curata o vuole che che qualcuno si prenda cura di lei. La morte psicologica dell’essere umano ci spaventa maggiormente di quella fisica in quanto ci confrontiamo con un nemico invisibile, con la morte in vita.

Noa era effettivamente morta psicologicamente? Aveva raggiunto un punto di non ritorno?
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Conclusioni: vincere o imparare

Rispondere a questa domanda è un’ardua impresa e non abbiamo i dati sufficienti per affrontare adeguatamente l’argomento. Tuttavia possiamo onorare la morte di Noa, possiamo farne anima, renderla immaginale e utile per l’inconscio collettivo e individuale affinché non sia un sacrificio vano. In qualche modo possiamo rendere sacra la tragica morte della giovane ragazza.

Noa ci ha messo di fronte alla nostra fragilità e insicurezza, nudi di fronte all’ineluttabile. Pensare Noa significa pensare all’irreversibile, alla nostra parte incurabile. Fino a che punto possiamo spingerci senza tener cura della nostra Psiche?  Siamo pronti raggiungere il luogo più oscuro dell’anima? Siamo pronti a confrontarci con il punto di non ritorno? Dal punto di vista immaginale la morte di Noa è la morte della speranza, lo smettere di continuare a crederci e a lottare, l’arrendersi alla morte. Il suicidio assistito ha posto in evidenza il danno emotivo che può arrecare come con-causa lo stupro o la violenza minorile. La decisione estrema ci ha insegnato che a volte è meglio morire metaforicamente, è meglio lasciar andare, lasciar perdere, capire che si è stati sconfitti e deporre le armi. 

Bisognava perseverare e aiutarla a vivere?
 
Sinceramente non mi sento pronto da professionista per rispondere a questa domanda, ma una cosa mi è chiara. Noa, con il suo gesto, sta aiutando noi a vivere. Di fronte ad una sofferenza personale dobbiamo “vincere” o “imparare”, come proponeva nel suo libro. La morte rimane un mistero e i misteri non si possono risolvere, si possono solamente vivere [James Hillman, Il suicidio e l’anima, p.268]. Quando il suicidio entra prepotentemente nella nostra vita, tutto si fa silenzio. Gli dei e il mistero della morte irrompono nella scena dell’anima e a noi non rimane altro che osservare ciò che accade, senza capire, senza giudicare.
 
Il suicidio di Noa non mi ha insegnato ad arrendermi anzi, mi ha insegnato a lottare, mi ha suggerito che posso essere libero fino alla fine, in qualsiasi modo, di fronte a qualsiasi dramma della vita. Io non mi arrendo, proseguo il cammino pronto a “vincere” o ad “imparare”.
 
Non ci resta da capire se il gesto di Noa sia stato una vittoria o un insegnamento per la giovane ragazza olandese.