Introduzione

Per chi ne ha paura due sono le livelle della vita: la morte e il dentista. Entrambi ci terrorizzano ed entrambi ci stendono. Totò aveva la vista lunga, ed anche una dentatura sana.

Sembra che sulla dentatura e il sorriso cada lo sguardo quando cerchiamo di stimare la gradevolezza estetica di un potenziale partner. I denti sono anche oggetto di interesse per chi giudichi la buona salute o l’età di un animale. Si dice che a caval donato non si guarda in bocca, un proverbio che indica che un regalo ricevuto è tutto di guadagnato e sarebbe inappropriato valutarne la qualità. La dentatura dunque è indicativa della qualità dell’esemplare.

Gli statunitensi, orgogliosi delle proprie convenzioni odontoiatriche, non perdono occasione di elargire sorrisi di un bianco purissimo. Forse vogliono distinguersi dai poveri del terzo mondo, dai contadini della Cina e dalle periferie del Sud Africa a cui manca qualche dente. I denti sani sono associati alla civiltà, alla democrazia, ad uno buono sviluppo tecnologico e medico. Potremmo benissimo guardare in bocca alle persone di diverse nazioni mondiali per fare un rapido calcolo approssimativo del Pil di quei paesi.

La dentatura è associata alla ricchezza tanto che in bocca mettiamo l’oro, i brillantini e ogni genere di metallo prezioso. I rapper, coloro che ce l’hanno fatta ad affrancarsi dalla povertà e dalla delinquenza, impreziosiscono la dentatura con protesi rimovibili costituite di oro e argento. Il popolo rom che spesso non ha fissa dimora sfoggia insospettabili fissità dorate nel cavo orale. Un dente d’oro è per sempre.

I denti sembrano dunque associarsi al valore, cosa che ne fa una valuta. La valuta è un’unità di scambio che facilita il trasferimento di beni e questo è ben scritto nel folklore della fatina dei denti. Di questa importante opera di mediazione tra noi e il mondo se ne cura il dentista. Abbiamo ragione ad averne paura vista l’importanza dei denti. Dal cavo orale nasce il nostro racconto identitario e lì, nel luogo del linguaggio, c’è l’origine di ognuno di noi.

Dentizione e fase orale dello sviluppo psicosessuale

Trovo suggestiva la simmetria tra le fasi della dentizione e le fasi dello sviluppo psicosessuale freudiano. I denti da latte finiscono di spuntare in coincidenza del termine della fase orale freudiana quasi a sottolineare che da ora in poi si è pronti a nutrirsi di altro che della solita roba da lattanti.

L’eruzione del dente pone fisiologicamente fine al liquido rapporto con la madre e mette il primo confine. “Qui inizio io madre, e inizia anche a starmi più lontana. La mia eruzione dentale può ferirti il seno”. Per i più smaliziati è la fase che attraversa Stewie dello show televisivo I Griffin che trama goffamente di uccidere la genitrice.

Con la comparsa della dentizione provvisoria siamo diventati improvvisamente capaci di articolare più fonemi e si inizia a comprendere ciò che vogliamo. Nostra madre si libera dallo scomodo ruolo dell’indovina. Stranamente iniziamo ad esistere anche per nostro padre che vedendo quei forti denti sente di poter rischiare un approccio da uomo senza temere di romperci.

Impariamo a volare gettati in aria dal padre, quando la madre non guarda, e ridiamo segretamente con il nostro vecchio. Il padre ci racconta anche storie su ciò che c’è fuori, oltre il nostro naso, e che ora possiamo masticare e digerire grazie alla comprensione della lingua e ai nostri bei dentoni.

Attorno ai cinque/sei anni, mentre impariamo a leggere, a scrivere e a far di conto, i nostri amati denti bianchi iniziano a penzolare e ad abbandonarci. Proprio quando pensavamo di aver raggiunto delle timide certezze c’è da rimettere tutto in gioco. Per fortuna ci guadagniamo qualcosa con il racket dell’avorio gestito dalla fatina.

La fatina e il topolino dei denti

Quando cadde il primo dente da latte ci venne detto che mettendolo sotto al cuscino si sarebbe trasformato in denaro contante. Avevamo della ricchezza in bocca e i denti continuavano a nascere e cadere. Estrarre i denti e scambiarli con il denaro è stato il nostro primo lavoro pagato.

Avevamo un contratto di lavoro con un misterioso topolino o un’elusiva fatina che di notte sgattaiolavano furtivi nella nostra stanza e, tutto a nero, lasciavano soldi come pagamento della merce. Doveva essere uno scambio importante e parecchio illegale se addirittura non potevamo conoscere l’acquirente. Il topolino e la fatina avrebbero potuto benissimo essere due trafficanti a cui consegnavamo volontariamente il nostro avorio per salvarci la pelle.

Scoprimmo che i denti erano preziosi e quelli che stavano spuntando erano addirittura più importanti. Li avremmo avuti per tutta la vita e per questo andavano puliti e lucidati scrupolosamente come l’argenteria di famiglia. “Per sempre” erano parole che ci rigiravano in testa e scoprimmo che volevano dire “da qui all’infinito”. E in quell’infinito ci sarebbero stati anche mamma e papà? Beh, apprendemmo da loro che sarebbero morti, ma noi saremmo sopravvissuti. Ci stemmo male per qualche tempo, ma poi ci facemmo il callo. Con quei denti nuovi che erano pure di più e più grandi dei precedenti, e con radici, avremmo conquistato il mondo e forse anche una/o compagnuccia/o di scuola.

Forse avremmo potuto anche noi avere un figlio, ma chissà a chi bisognava chiedere per averne uno. Forse sarebbe spuntato da qualche parte come i denti.

In un primo tempo l’interesse sessuale del bambino si rivolge piuttosto al problema di dove vengano i bambini (S., Freud, Introduzione Alla Psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Milano, 2012, p. 289).

Adesso eravamo capaci di mangiare ogni cosa perché potevamo triturare e rompere e ingoiare qualsiasi cibo. Forse così si facevano i bambini, riempiendoci la pancia e facendola crescere. C’era qualcosa di misterioso. I genitori ridacchiavano complici e scoprimmo che papà e mamma condividevano tra loro qualcosa di cui non facevamo parte. Ci volevano tenere all’oscuro. Forse non ci volevano poi così bene. In effetti ci sgridavano sempre: “questo non si dice, vai a sciacquarti la bocca”; “basta con i dolci o ti cadranno tutti i denti”; “dove hai imparato questa brutta parola”.

Iniziammo ad odiarli. Rompevano le scatole. Meglio gli amici. Ormai i denti da adulto erano tutti spuntati e ci erano cresciuti pure i peli pubici. “Non sposerò mai una come mia madre o uno come mio padre”. I genitori potevano anche morire. “Complesso di Edipo a chi? Sto in fase genitale!”

Paura del dentista

Forse siamo stati fortunati. Non se ne è mai cariato uno. I denti erano tutti dritti per cui non abbiamo mai messo l’apparecchio. Abbiamo fatto solo qualche pulizia dei denti per una questione di civiltà. Ma oggi, e da qualche giorno, quel maledetto dente fa male.

Non importa se abbiamo 20 o 60 anni, il dente del giudizio aspetta impietosamente il momento meno adatto per rompere quella gengiva e farla sanguinare copiosamente. Impietoso inizia a ravanare e a spostare tutta l’arcata. E che dolore! Non ci fa dormire. Il dolore ci invade, non fa lavorare, non fa guardare un film, non lascia pensare.

Prendiamo coraggio. Giunti alla lucida conclusione che non ci porterebbe da nessuna parte rompiamo finalmente la relazione disfunzionale con gli antidolorifici. Ci serve un terapeuta dei denti. Un dentista.

L’immaginazione ci va al trapano. Ci accorgiamo che in effetti non sappiamo neanche come è fatto quell’arnese, ma siamo spaventati dalla sua fama. L’unica certezza è che farà male.

Conosciamo il dentista che, vedendoci spaventati, sfodera la sua migliore umanità e gentilezza. “Sarà anche nel lavoro così delicato?”. Iniziamo in pochi minuti a fidarci, anche perché siamo costretti dal dolore ad affidarci. Ci dice che quel dente è da estirpare. Ci assicura che farà l’anestesia per cui non sentiremo niente. Si intrufola l’idea che duemila anni di scienza medica abbiano prodotto degli anestetici efficaci. Ci affidiamo alla medicina, forse la conquista più grandiosa dell’umanità. Farà lei il lavoro per noi, ci proteggerà dal male. E, mentre il dentista strattona il dente nelle profondità e ci parla senza che noi possiamo rispondere, riflettiamo che davvero non stiamo sentendo dolore e quel poco che sentiamo possiamo contenerlo. In fin dei conti dobbiamo fare la nostra parte.

Un pezzo di noi se ne va tra le tenaglie della pinza. Il dentista lo sciacqua e ce lo fa vedere. È dello stesso colore del suo camice per cui è giusto che lo tenga lui.

Conclusioni

Dente, dolore e paura del dentista. Tre esperienze legate con cui siamo cresciuti e diventati adulti. Dall’inspiegabile dolore originario per l’eruzione del primo dente da latte all’ultimo dei terzi molari (anche detti del giudizio). I denti e i loro movimenti sono il segnale più tangibile di intimi cambiamenti strutturali. Con movimenti tellurici cambia la mente e cambia la carne. Si fa fatica a digerire il dolore di tali trasformazioni. L’oralità, il luogo del linguaggio, del primo contatto, della nutrizione, della prima fase dell’assimilazione, il luogo che trasforma l’altro da me in esperienza personale sono dentati.

P.S. CLICCA QUI per approfondire la paura di lasciarsi andare!