Quanto dura una psicoterapia?

Hai deciso di chiamare un terapeuta e ti chiedi quanto duri una psicoterapia. Cerchi di fare lo slalom tra le fantasie più iperboliche… quelle in cui inizi una terapia e dopo dieci anni sei ancora lì, seduto, sulla poltrona, o magari sul lettino, mentre ti ipnotizzano cercando di farti tornare a quel giorno, quello in cui hai incontrato lui, sua maestà il Trauma.

Intanto non riesci a trovare la via per l’uscita o non riesci ad aprire la porta che sembra non avere più la maniglia.

Avverti una certa agitazione? Certamente io la avvertivo come te quando iniziai la mia terapia. Perché, se non lo sai già, molti terapeuti si danno alla terapia prima come pazienti. Quella agitazione non è tanto legata alla durata, quanto al fatto che la domanda che ci ossessiona è: “Dottore ma io sono pazzo?”.

Quindi i dubbi sulla durata servono a fuggire da questo interrogativo. E se ci leviamo quelli sulla durata, allora potremo avvicinarci, adagio, verso la nostra pazzia per tentare di chiamarla normalità.

Le frasi tipiche sulla durata della terapia: Prometeo

“La terapia inizia quando finisce” oppure “La terapia non finisce mai”, oppure “La terapia finisce quando si inizia”, oppure “Quando ti dai il permesso  di iniziare una terapia allora significa che non ne hai più bisogno”. Tutte frasi vere, per questo anche false, ma soprattutto nessuna ci aiuta a capire quanto duri.

Allora direi di tornare a Prometeo a colui che decise di rubare il fuoco per farne dono a noi, e per questo subì la pena più cruenta: vedersi rodere il fegato dal becco dell’Aquila tutti i giorni, ogni singolo giorno, fino alla fine dei suoi giorni. Anche perché quel fegato maledetto, ricresceva ogni singola notte.

Allora ci basta dire che i doni di Prometeo furono diversi e che il fuoco è solo uno di questi. Citerei quindi l’Oblio e la Mantica, prima del Fuoco. E direi che questi tre doni costituiscono proprio lo scopo della terapia.

La Terapia dura quanto l’oblio e il fuoco

La psicoterapia è un luogo in cui si fa l’esercizio del ricordo per promuoverne la riscrittura, per uscire dalle nostre routine narrative che cercano traumi come fossero dei bei funghi porcini, in un bosco, dopo una notte piovosa. Quindi la terapia, in vero, è l’esercizio dell’oblio, della dimenticanza. Imparare a dimenticare, ricordarsi di dimenticare è uno degli scopi.

Al tempo stesso la terapia è fuoco, il fuoco della libido, del pathos, della spinta di psiche ad ardere di motivazioni e, al tempo stesso, il fuoco della conoscenza e della tecnica. Ecco che in terapia simpatizziamo e dialoghiamo con quelle stesse passioni chiedendo loro di non rivaleggiarci mentre loro ci chiedono di fare altrettanto. Ecco che in terapia la dialettica è anche quella della conoscenza di se e delle tecniche per convivere e parlare con se stessi. Quindi anche il fuoco è lo strumento per fare un focolare, quello attorno al quale porsi convivialmente a parlare.

Poi si va a dormire e il giorno dopo si riinizia da capo. La durata  della terapia, quindi, sarebbe in funzione di quanto impariamo a convivere con i nostri rodimenti di fegato, quando accettiamo il becco dell’aquila che ci penetra come una lama, quando accettiamo che quello stesso fegato, si riformi la notte, come fanno tutti quei nostri piccoli e grandi difetti. Il tutto per poi, ogni giorno, cercare di parlare con loro di nuovo.

Ma se abbiamo imparato questo, perché dovremmo smettere di farlo. Sarebbe come non leggere più libri perché ormai sappiamo leggere. Quindi quando diciamo che la terapia non finisce mai non siamo lontani dal vero, basta non confondere questo col fatto che l’unico luogo in cui può avvenire sia la stanza del terapeuta.

La durata della terapia cambia a seconda degli orientamenti

Accidenti alle scuole, agli psicologi e agli orientamenti! Ma perché ognuno la racconta diversa? Perché ci sono terapie annose e altre a seduta singola? Ma cosa caspita sto comprando?! Psicodinamici, cognitivi, sistemici, bioniani, integrati e disintegrati, ogni psicologo ci da una soluzione diversa e non riusciamo a capire quanto, come, dove.

Per chiarirci direi che una terapia può avere la durata di una consulenza, ossia da uno a quattro colloqui. E in questo caso più che iniziare una terapia, si sta ascoltando il parere di un esperto sul da farsi. Può avere una durata di una terapia breve, e in questo caso in 2-6 mesi si lavora su quella che viene tecnicamente definita remissione del sintomo (per capirci, se c’è ansia, depressione, ciclotimia, antisocialità ecc. si fa in modo che se ne vadano). Infine può avere una durata maggiore, dai 12 mesi a più anni, qualora si decidesse di iniziare un’analisi oltre che una terapia, ossia qualora si decidesse di avviare un processo di individuazione attraverso cui accoglierci per come siamo, scevri dalle attese sociali, e consapevoli che quel sintomo, in verità, costituisca un vero e proprio tratto della nostra personalità, un tratto con cui vogliamo imparare a convivere piuttosto che volerlo eliminare, magari in nome della cara e vecchia “miglior versione di se stessi”.

La terapia dura finché non finisce

Questa è la vera conclusione.

Noi sapremo sempre il giorno in cui inizia ma mai quando finisce. Non sapremo se si tratta di consulenza o analisi, non sapremo mai se sarà una singola seduta o un lungo processo verso l’individuazione. Ma se riuscissimo a lasciarci alle spalle questo interrogativo, se ci tuffassimo nel mare, se lasciassimo libera la mente, allora l’altro interrogativo avrebbe la libertà di scorrazzare.

Quello del: “Dottore sono pazzo?” E la sorpresa sarà imponente perché magari quel dottore non vi dirà né si né no, magari vi guarderà con calma impaziente e vi dirà che non ha la sensazione che noi vogliamo sapere se siamo pazzi o meno, ma che ha la sensazione che gli stiamo chiedendo  semplicemente se sia pronto a sostare e stare con quella che noi chiamiamo, la nostra pazzia. Che poi niente altro è che uno dei tanti modi della normalità.

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Info sull'autore

Luca Urbano Blasetti

Psicologo e Psicoterapeuta; Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica sul tema Creatività e sue componenti dinamiche; Responsabile del Centro Emmanuel per Tossicodipendenti di Rieti presso cui cura diversi progetti regionali; autore di diverse pubblicazioni psicologiche; lavora nel suo studio.

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