Noi siamo Venom!




In questo articolo parlerò di come i mostri della Psiche ci appartengono e non è un caso, ovvero di come Noi siamo Venom! [cit. dal film]

Chi mi segue e mi legge sovente, ormai ha appurato la mia passione per il cinema fumettistico. Per questo, appena è uscito nelle sale cinematografiche, sono andato a vedere Venom, il film del personaggio targato Marvel.

Mi aspettavo un film più adulto, meno scanzonato e con toni più scuri, eppure il regista e la casa di produzione non hanno avuto il coraggio di esplorare la parte oscura dell’antieroe Marvel, interpretato comunque da un grande Tom Hardy.

Il ritmo del film è piacevole, però, almeno dal mio punto di vista, è mancato il calarmi negli abissi psichici di Eddie Brock, l’umano che ospita il “parassita” nero. Infatti Venom è una forma di vita aliena che per vivere e sopravvivere ha bisogno di un organismo ospitante, in questo caso un giornalista di San Francisco, un po’ “sfortunato” che ha perso lavoro e amore.

Scendere negli abissi dell’anima è sempre complicato e può essere controproducente a livello di marketing. Ma noi de L’Anima Fa Arte di mestiere facciamo gli esploratori dei fondali bui dell’anima.

Per questo motivo, in questo articolo, ho deciso di leggere la figura di Venom attraverso gli occhi inferi di Psiche.

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Venom, l’alieno che ci appartiene

Venom rappresenta l’alieno che è in noi, il mostro e lo sconosciuto che ci abita: cittadini che provengono da lontano e che risalgono alla nascita degli archetipi.

In ognuno di noi esiste un “demone”: L’uomo moderno fa fatica ad ammettere che all’interno della psiche esistano delle forze assolutamente indipendenti. Un tempo si parlava di demoni, di ossessioni e di altre cose del genere: sono parole strane, ma non completamente irrealistiche. [Adolf Guggenbühl-Craig, Il bene del male, p.143] Oggi, metaforicamente, parliamo di simbionti, alieni, mostri o villains.

Venom, l’alieno, è indipendente e può prendere il controllo della nostra psiche, ma può anche scendere a compromessi.

La relazione e la convivenza

L’archetipo alieno che è in noi proviene da molto lontano, prima ancora che noi nascessimo, quindi è qualcosa di molto antico, potente e che non possiamo controllare. Rappresenta le nostre patologie più radicate, le nostre ossessioni, perversioni, o dipendenze. Vivere significa coesistere con i nostri potenti coinquilini.

A questo proposito il film propone due soluzioni psichiche possibili: la morte o la convivenza.

L’unica strada concepibile che risulti fruttuosa, sia per l’uomo che per l’alieno, è la collaborazione. Entrambi sanno che, una volta venuti a contatto, uno non sopravvivrebbe senza l’altro. Venom non può esistere senza Eddie Brock, e viceversa. La stessa cosa vale per le nostre patologie, le nostre sofferenze e i nostri alieni che ci attraversano: non possiamo vivere senza di loro e loro non possono vivere senza di noi.

Molto “commovente” è la scena in cui Eddie Brock si mostra mostro alla donna amata e ammette: “ho solo molta paura”.

La relazione con la parte più oscura e immodificabile della nostra Psiche fa paura, tanta paura. È un confronto impari. Non possiamo averne il controllo, anche se l’educazione impartitaci fin da quando siamo bambini, è al controllo e al potere. 

Così maturiamo negli anni credendo che la soluzione ai nostri problemi sia il controllo. 

Ma ad un certo punto siamo costretti a relazionarci con i nostri mostri; le patologie si impossessano di noi. Direi che tutta la vita è un confronto continuo con i nostri mostri.

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Psicologia dell’alieno

La psicologia è proprio il luogo di confronto tra noi e noi-stessi con le sembianze di Venom, ovvero tra noi e le nostre ombre. 

Apparentemente, nel film, il simbionte deve trovare l’individuo giusto con caratteristiche fisiche adatte ad ospitarlo.

In realtà le caratteristiche giuste per essere compatibili sono psicologiche. Venom sceglie Eddie perché sono caratterialmente adattabili. 

La stessa cosa accade con le patologie o le sofferenze che irrompono nella nostra vita. 

La prima reazione che abbiamo di fronte ad una patologia è considerarla estranea: “Lei non fa parte di me”, “Non è me”. 

Anche il giornalista, nel film, rifiuta inizialmente Venom, chiamandolo “parassita”.

Tuttavia non è un caso che Venom trovi Eddie Brock. Solo lui può ospitarlo. 

Non è un caso che io sia ossessivo, non è un caso che io soffra per amore, non è un caso che un evento sia traumatico per me e non per un’altra persona (famose sono le ricerche citate da Hillman ne Il codice dell’anima sugli effetti diversi degli stessi eventi traumatici in fratelli gemelli).

In parole semplici io sono la casa adatta di quel demone. Devo ospitarlo e conviverci.

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Conclusioni

Tendiamo a non sentirci responsabili dei nostri mostri e delle nostre nevrosi. Siamo eterni bambini e alcune psicologie promuovono questo movimento deresponsabilizzante delle sofferenze: è colpa del trauma, di mio padre, di mia madre, etc…

Questo cocktail mitologico [l’autore si riferisce alla visione cristiana dell’attacco al demonio e al mito del puer aeternus, ndr.] ha un sapore cattivo, conduce ad una infantilizzazione delle persone. Noi rimaniamo sempre bambini, non siamo mai responsabili delle nostre nevrosi o dei nostri lati distruttivi. Tutte le nostre caratteristiche scabrose e distruttive possono venire scaricate sulle madri e sui padri e noi, personalmente, siamo perfettamente innocenti. [Adolf Guggenbühl-Craig, Il bene del male, p.50.]

Dobbiamo accettare il fatto che possiamo essere la casa ideale per i mostri più spaventosi. Siamo la casa di ospiti che possono risultare indesiderati: le sofferenze, i traumi, le patologie, parti di noi che detestiamo.

In questo senso il mito di Filemone e Bauci ci insegna come comportarci con un ospite: dare tutto ciò che abbiamo da dare. Solo in questo modo posso diventare psicologicamente “potente” come Venom e trasformare un TU sei Venom, in un NOI siamo Venom.

P.S. CLICCA QUI per leggere le altre recensioni psicologiche di film