Vorrei portarti al mare, anzi portarti il mare
(Coez – La musica non c’è)

Si può andare al mare? Nelle ultime settimane abbiamo rincorso l’ultima versione dell’autocertificazione, se abbiamo cercato una definizione di “congiunti” che ci permettesse di incontrare serenamente i nostri cari, oggi, alle soglie di un soleggiato weekend di primavera, la domanda “si può andare al mare?” diventerà una domanda frequente, una FAQ. Una domanda tanto impegnativa, non solo dal punto di vista sanitario e di gestione della pandemia. Una domanda tanto impegnativa, perché racchiude un simbolo e un’azione psicologicamente dirompente.

Nei libri delle scuole elementari su cui tutti noi abbiamo passato le ore della nostra infanzia, le pagine che precedevano la fine del volume parlavano di mare. Le vacanze al mare, i primi bagni, il caldo e il profumo della spiaggia coincidevano – e coincidono – nella nostra immaginazione con la fine della stagione degli impegni e con l’inizio del periodo della spensieratezza, della libertà. Emozioni che, diventando adulti, abbiamo dovuto restringere in tempi più limitati rispetto ai tre mesi delle vacanze degli studenti. Emozioni che, oggi più di ieri, vorremmo soddisfare. Il mare è il luogo principe dell’anima. E oggi un po’ tutti ci chiediamo quando, come e se potremo fare una vacanza al mare. In queste righe proveremo a cercare un punto di vista psicologico sulle “vacanze al mare”. Proveremo a chiederci se davvero si può andare al mare, in piena Fase-2.

Mare a distanza

Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso. (Rainer Maria Rilke)

Un mio sogno ricorrente qualche anno fa si centrava attorno all’immagine di uno tsumani, il mare che da placido e tranquillo si trasforma in un’onda mastodontica e che fa paura. Il mare, nella realtà della concretezza quotidiana e nell’altrettanto concreta potenza psicologica, ha un’infinita gamma di caratteristiche, di attributi, di significati. E molto spesso ci fa tanta paura da volerci mantenere a distanza. Sì, a distanza. La stessa distanza che ci siamo abituati a misurare in questi mesi. Il mare da cui ci teniamo a distanza se l’acqua è troppo fredda. Il mare da cui ci teniamo a distanza se sembra troppo mosso o con onde troppo grandi.

Ma basta cambiare il punto di vista e cambia anche la paura del mare. Un surfista desidera ardentemente le onde. E magari, se queste non ci sono, se il mare è calmo, il surfista nemmeno si avvicina all’acqua: si tiene a distanza. Quando non ancora le grandi navi erano dotate di motore, i marinai erano terrorizzati dal mare immobile, senza un filo di vento: significava un’immobilità fonte di angoscia; significava restare bloccati, come vittime di una oscura maledizione. Tuttavia, il vacanziere medio desidera proprio quel mare placido dove galleggiare, dove restare tranquillo a riposare. Perché è proprio questa l’immagine del mare dei libri per bambini. La tranquillità di chi non ha pensieri. La pacatezza di chi resta in costume da bagno a prendere il sole, a costruire castelli e inventare giochi. La spensieratezza di chi nel mare riesce a vedere con semplicità solo una fonte di curiosità, di intrattenimento, di frescura.

Il nostro mondo è sempre e comunque mediato dalla nostra percezione. Noi guardiamo il mare nel suo insieme e ne ricaviamo sensazioni in base ai nostri vissuti, alle nostre esperienze, alle nostre proiezioni. Non andiamo a immaginare la composizione molecolare dell’acqua, dei sali minerali o dell’inquinamento. Guardiamo e ci costruiamo il nostro pensiero sul mare. Un mare che c’è, anche se non siamo sulla battigia. Un mare che richiama il nostro significato, anche se il nostro corpo non sfiora l’acqua salata. Il mare è una realtà con una sua natura immutabile e con un’infinita gamma di attributi, connessi e indipendenti (ebbene sì) dalla distanza da cui osserviamo.

La paura del mare

Mi feci tante domande che andai a vivere sulla riva del mare e gettai in acqua le risposte per non litigare con nessuno. (Pablo Neruda)

Si può avere paura di andare in vacanza?

Quanti di noi hanno desiderato avere giornate intere da passare senza impegni, sospesi con la stessa vacuità di chi vede tanto lontano il prossimo impegno, la prossima scadenza? E poi la nuova realtà di queste settimane ci ha fatto capire che anche l’assenza di impegni ci può provocare un senso di vuoto pesante quanto – se non di più – l’essere stracolmi di impegni e di scadenze. Ecco una prima, nuova, forma di paura del mare: l’idea di vacanza. Gli impegni lavorativi o di studio, scandire giornate e settimane in base all’agenda o ad appuntamenti fissi, sono tutte strategie potenzialmente limitanti e potenzialmente adattive. In un bambino o in un adolescente, non lasciare momenti di vuoto, di noia o di creatività è un’abitudine pericolosa. Perché nello sviluppo c’è bisogno di spazio, di libertà. Nella vita degli adulti, troppo spesso orientata alla “produttività”, avere un’ottima gestione del tempo può costituire un’abilità preziosissima. Anche se con una agenda fitta si corre il rischio di strozzare la propria libertà, la propria noia, la propria creatività. E tanto spesso il tempo libero ci costringeva a fare i conti con il nostro mondo sommerso. Con tutto ciò che è talmente vero e radicato nella nostra vita, da richiedere un tempo privo di limiti e con confini molto permeabili. Il rapporto con il partner, ad esempio, non può essere inserito in un’agenda. Un incontro fugace in pausa pranzo non può essere di per sé sufficiente. Allo stesso modo, una chiacchierata casuale con un vecchio amico davanti al parcometro può essere potenzialmente preziosa e rivoluzionaria come la lettura del nostro libro preferito.

Scegliere del tempo di vacanza, scegliere di sospendere gli impegni e la classica, rassicurante e confinata routine, significa andare al mare. Il mare che, in questo caso, rappresenta esattamente il simbolo della nostra anima. Andare in vacanza può essere l’occasione per dedicarci a una delle passioni che ci caratterizza. O può voler dire avere tempo a disposizione per confrontarci con i nostri mostri, con la nostra oscurità. Chi di noi non ha mai avuto paura del buio? Chi di noi non ha mai avuto paura del mare troppo mosso?

Guardare il mare

Per me il mare è un continuo miracolo; I pesci che nuotano – le rocce – il moto delle onde – le navi, con gli uomini a bordo. Che miracoli più sorprendenti ci possono essere? (Walt Whitman)

Se anche il mare cambiasse dopo il Coronavirus? Se davvero ciascuno di noi dovesse ri-adattare le proprie aspettative e le proprie immagini del proprio rapporto con il mare?

Le crisi, lo ripetiamo continuamente, garantiscono energia sufficiente a creare cambiamenti. Se questi siano o potranno avere conseguenze adattive o meno, questo lo determinerà solo la nostra interazione con le crisi stesse.

Cambiare il nostro rapporto con il mare significa cercare un nuovo punto di vista da cui guardare noi stessi e il nostro mondo. E il mare, fisico e psicologico, esiste e resta lì, indipendentemente da noi e dalla distanza che poniamo. Il mare è il nostro simbolo, è una delle forme principali e più radicali con cui prende forma la nostra anima. Nel rapporto con quest’ultima è inevitabile trovare tanti contorni, tratti più o meno sottili, dettagli più o meno pressanti, più o meno entusiasmanti, più o meno spaventosi, ma che caratterizzano. Potremo vivere un mare che ci permetterà di immergerci, senza prendere il sole sul viso. Potremo vivere il mare con divisioni fra noi e gli altri. Potremo vivere il mare senza partite a carte, senza assembramenti negli stabilimenti. Potremo vivere il mare fatto di scogli e di sassi difficili da calpestare. Potremo vivere il mare a distanza. Ma il mare resta lì. Allo stesso modo possiamo vivere la nostra anima. Con restrizioni. Con paure. Con entusiasmo. Con infinite possibili caratteristiche e sfumature. Ma la nostra anima resterà lì e spetterà a noi cercare i possibili, infiniti, punti di vista da cui guardare e con cui interagire. Esattamente come il mare…

P.S. CLICCA QUI per leggere L’analisi psicologica dei Girasoli di Vang Gogh