Dal Kintsugi al ritorno alla Grecia

La psicoterapia funziona come una cane da tartufi, e gli psicologi sono come i cercatori di funghi, trattano i traumi come porcini succosi. In verità ogni professionista sanitario è così e ogni patologia che si presenti rara, enorme, iperbolica è come un bel porcino grande e succulento. Quindi un tecnico radiologo, ad esempio, potrebbe incontrare l’oncologo e dire qualcosa del tipo: “guarda un po’ quanto è bello grosso questo tumore!” Similmente la psicoterapia.

Similmente Freud. Sigmund è andato alla ricerca dei traumi e più grossi erano e più provava soddisfazione. Quella stessa soddisfazione era talmente evidente che i pazienti, affettuosamente, hanno portato cestini colmi di funghi da casa per metterli sul cammino del freudismo. E loro, i terapeuti, si son fatti scorpacciate di traumi crudi, trifolati, al gratin.

Così gli psicoterapeuti sono diventati chef, inventano ricette per cibi sempre uguali in un era in cui si può perder tempo a trasformare il cibo dato che non dobbiamo più impegnarci per cercarlo.

Le ricette orientali della psicologia

Ma la ricerca del trauma inaugurata da Freud, ci lascia, poveri noi, in eredità una deificazione del trauma. Lo cerchiamo e lo cuciniamo in tutte le salse e, da bravi chef, facciamo in modo che il cliente torni in trattoria. La psicoterapia è divenuta presto il luogo in cui coltivare quel trauma, osservarlo, blandirlo e rendergli grazie perché fornisce una spiegazione a tutto, una spiegazione che ha il merito di vederci povere vittime di eventi avversi.

Il trauma è il racconto psichico che ci permette di affermare con vigore che non abbiamo colpe, responsabilità in un mondo che ci vuole male. E la psicoterapia è divenuto il luogo in cui cristallizzarsi come vittime.

Ma questo beneficio porta con se una conseguenza devastante, ossia il fatto che non abbiamo scampo, che quella frattura non si sanerà perché noi possiamo solo porci passivamente. Questo può far bene al portafoglio del terapeuta ma non fa bene ai pazienti. E il portafoglio dei terapeuti, concreto e immaginale, è divenuto il faro della psicologia che si è fatta industria.

Troppo spesso la psicoterapia è a beneficio del terapeuta e lui, il terapeuta, se è bravo, lavora monitorando questo paradosso.

Il kintsugi e la psicologia

Il trauma porta una ferita e quella ferita è feritoia ossia via d’accesso all’anima.

Purtroppo la ferita è stata sempre più spesso confusa con l’anima stessa, non più via d’accesso ma punto d’arrivo. E la psicoterapia è divenuta sinonimo di contemplazione del trauma. Eccolo il Kintsugi quella stupenda e abbacinante arte giapponese che ripara la ceramica con l’oro. E un vaso rotto o venato viene sanato ponendo dell’oro in quella crepa. La crepa, la ferita viene dorata e diventa bellissima e rende bellissimo il vaso anche se, ahimè, il vaso non viene più guardato perché l’attenzione va tutta alla ferita.

La psicologia del trauma ha contribuito a questo, e per farlo, una volta che le ricette – metafore nostrane erano un po’ trite, ha volto lo sguardo a oriente. Di questo dobbiamo ringraziare Jung. È Gustav che studiando i Ching, i Mandala e compagnia cantando, ci ha aperto le porte dell’Oriente e una buona analisi di stampo junghiano inizia sempre con un sogno orientale.

Per questo oggi molti junghiani usano la metafora del Kintsugi. I social ne sono saturi, e io anche. Si predica il riparare con l’oro senza accorgersi che si sta tornando alla deificazione della ferita alla fruediana maniera.

Meditazione psicologia e altre ricette

Dalle ferite sgorga l’amore (J.Hillman, Il mito dell’analisi, p.111)

Buddismo, induismo, meditazione, campane tibetane, sciamanismo, zen, yoga, respirazioni di sorta… Il mio studio contiene almeno un libro e uno strumento per ogni argomento. L’oriente dilaga come ricerca magica di una medicina rispetto a quel trauma. Un trauma tanto insopportabile quanto caro e necessario a che tutto resti come è.

Qualsiasi trauma del passato è utile per sopravvivere nel presente. Un abuso, un lutto, una violenza, una malattia sono necessari. In loro assenza il nostro presente sarebbe intollerabile. E quel pensiero magico che si ammanta di orientalismo ha finito per assolvere a questa funzione, tenere vivo il trauma come oro colato nella ferita.

E lui, il trauma, da strumento privilegiato di accesso all’anima ha finito per essere una porta dorata chiusa da cui non può sgorgare nulla. Eccola la prigione dorata della psicologia che ci tiene principescamente al sicuro. Ma, per fortuna, qualche volta i principi cedono il titolo e la linea di successione, come Harry e Meghan, e similmente i pazienti possono trovare una via di fuga.

La via è sempre la finestra, ci dice Hillman, quella da cui ci si può ributtare nel mondo.

Hillman e il ritorno alla Grecia

La Grecia permane come un paesaggio interiore piuttosto che come un paesaggio geografico, come una metafora del regno immaginale che ospita gli archetipi sotto forma di Dei. Possiamo perciò leggere tutti i documenti e i frammenti del mito rimasti dall’antichità come resoconti o testimonianze dell’immaginale. L’archeologia diventa archetipologia, più che una storia letterale essa rivela le eterne realtà dell’immaginazione e ci parla di ciò che è in atto ora nella nostra realtà psichica (J. Hillman, Saggio su Pan)

Che bello l’invito di Hillman.

Un invito a tornare agli dèi, a tornare alle sagge forme diagnostiche di un tempo. L’invito a lasciare la scienza del DSM e tornare alla psiche dell’epica classica che restituisce ai pazienti lo strumento. Dare Marte, per fare un esempio classico, a un borderline è restituirgli dignità e autonomia, sia al paziente che al dio. Marte è dio che rabbioso protegge confini e chi si poggia sul bordo dei confini, il borderline per l’appunto. Tornare alla Grecia significa far diventare le malattie degli dèi. L’invito è stato accolto dagli hillmaniani ma soprattutto in senso cronologico.

Tornare alla Grecia è stato inteso come rendere attuale quel passato che leggeva l’anima con gli occhi dell’anima. Ma penso che l’invito di Hillman sia sempre stato anche secondo un criterio geografico. Questo viene colto meno e vi spiego il perché. Il ritorno indietro è anche un ritorno verso occidente, un ritorno dall’oriente e dall’orientalismo magico.

Gli psicoterapeuti, e con loro i pazienti, come novelli Marco Polo, sono invitati a far ritorno in Grecia, in occidente, nell’occidente psichico, nell’occidente come modo di osservare anima. Un ritorno dal kintsugi al “restauro conservativo”, tecnica che in Italia è un’eccellenza. Ma questo secondo livello non viene colto perché se eliminiamo il pensiero magico dalla psicologia, se scendiamo dalla scranno, probabilmente molti pazienti non verrebbero più in terapia. E un terapeuta che si rispetti, ha un bisogno tossicomanico dei suoi pazienti.

La psicoterapia, dal riparare al restaurare

Allora eccomi, ve lo confesso.

Mi oppongo al Kintsugi e so di essere impopolare.

Quelle stupende venature dorate mi irritano e mi irritano quando sono così contrastate, magari su uno stupendo blu cobalto o su di un nero opalescente. Ma soprattutto mi irritano i tanti che sui social usano la metafora del kintsugi, anche se a molti voglio bene personalmente. Tornate qua! Vorrei dirgli. Tornate in occidente! Perché cercate Buddha se non avete ancora trovato dio? Spero comprendiate che io mi riferisco all’unico dio e Budda di cui abbiamo prova, ossia di quelli immaginali.

I pazienti ormai giungono in terapia con questa richiesta “kintsugica”, ossia render stupendamente brillante la loro ferita. E c’è una competenza inaspettata delle tecniche psicologiche kintsugiche, i pazienti sono sempre più ingenuamente preparati. Nella richiesta di guarire vi è la richiesta di sutura, di occlusione della ferita. Si confonde il dito che indica con la Luna. Ma io non metterò oro nelle vostre ferite. Devono continuare a sgorgare dolore e amore. Devono sanguinare al bisogno.

Quindi le lascerò aperte o al massimo le restaurerò. Si ecco la metafora occidentale, quella che, per troppo orientalismo non abbiamo considerato. Allora ritorniamo alla Grecia e da lì fino in Italia. E, una volta tornati ci accorgeremo che il luogo del ritorno non è più né oriente né occidente, è semplicemente il nostro genius loci, il nostro centro geniale.

Restaurare Psiche

Un restauratore dei beni culturali conosce diverse tecniche. Ho una lunga esperienza nel campo, ma vi basti qui dire che nessuno si sognerebbe mai di mettere una venatura d’oro sua una tela di Michelangelo o su un affresco di Giotto. La tecnica impiegata ha un nome goffo e poco orientale, quasi pecoreccio: il “rigatino”.

Se una affresco ha perso una parte, ha una crepa, o un distacco di colore, si reintegra quel colore ma non con una velatura o con una mano di colore, ma con righe e tratteggi sovrapposti. Il restauratore osserva minuziosamente la tinta, con luce diretta e poi luce radente, ne intuisce la composizione cromatica, la scompone negli elementi di base e procede, una riga per volta, sempre di colore diverso, affinché si possa avere un’impressione di continuità a un primo sguardo e a una certa distanza, ma che permetta, avvicinandosi solo un po’, di distinguere in modo evidente l’affresco e la crepa. Reintegrati insieme, ognuno con la sua funzione, la crepa la ferita e l’affresco faranno l’amore.

Il restauro si dice conservativo per questo perché mantiene, conserva il senso della ferita e, al tempo stesso, dell’affresco. Il kintsugi no.

La psicoterapia e il ritorno alla Grecia

Nel rigatino ogni riga è di colore diverso e la ferita è un arcobaleno. Il paziente smette di chiedere di guarire perché smette di dire “io sono la mia ferita”. Inizia, piuttosto a sentire che tra i suoi Io c’è anche la ferita. Allora l’invito di Hillman è di tornare ad attingere da ciò che abbiamo in dispensa piuttosto che uscire di casa per viaggi immensi e dispendiosi. Scrivere è la terapia più efficace di tutte, la meditazione e il mindfullness danno i medesimi benefici di una regolare e misurata attività sportiva, i riti nostrani dalla taranta ai serpenti di Cocullo, contengono tutto ciò che ci serve, il Nam-myoho-renge-kyo vibra e aiuta a sbocciare alla stessa maniera di un rosario nostrano sgranato per la Vergine Maria.

Tutto è lì, a portata di mano. Si perché Anima non è ninfa ritrosa e sfuggente, quelli siamo noi. Anima ci insegue sempre, basta farsi prendere.

La psicoterapia ha il dovere di riportare in Grecia

Vivo a Rieti, quella che la mia compagna chiama ”buco di culo di città”. Non c’è molto e, come sempre, il suo maggior pregio sta proprio nel suo maggior difetto, ossia che non c’è molto. Pochi criminali, pochi artisti, pochi illuminati, pochi servizi, poco traffico, pochi brutti e pochi belli, molta vivibilità… troppa vivibilità.

Insomma sin da piccolo ho imparato a prendere la corriera e andare a Roma da Solo. Cercare qualsiasi cosa mi saltasse per la mente. Ma spesso, quando la capitale non rispondeva e non trovavo a Roma ciò che cercavo, scoprivo di averlo disponibile al negozio sotto casa. Allora il ritorno alla Grecia è tutt’altro che un invito filosofico, o epistemologico. Hillman qui e solo qui, ci invita a letteralizzare. E il ritorno alla Grecia è un invito geografico. Una geografia psichica che ritrova nell’intrapsichico le sue risorse, che ritrova nell’anima le sue possibilità, che sfugge al pensiero magico. Si perché il pensiero magico è pericoloso dato che è sostanzialmente proiettivo. Attribuisce e proietta una funzione a un oggetto disconoscendola a chi proietta.

Il paziente smette di essere mago nella misura in cui insegue il pensiero magico.

Non so se hai letto tutto. E mi scuso perchè forse ciò che scrivo è comprensibile a chi un po’ di Jung e di Hillman ha già masticato. Ma trovo così bello l’invito di Hillman. Tornare alla Grecia cronologicamente, geograficamente e psichicamente.

Tornare, rispettivamente, dal DSM agli dèi, ritrasformarli in malattie; tornare al territorio che si abita, quello fisico che contiene tutte le metafore e le terapie; tornare, infine, ma primariamente, all’intrapsichico perché il nostro corpo e la nostra Psiche sanno perfettamente cosa devono fare per restare in vita e, vi dirò di più, sanno anche perfettamente come fare a morire.

Questa è la psicoterapia che vorrei e che onoro ricordandomi, sempre, e ve lo confesso, che ogni singolo terapeuta sceglie di diventarlo sempre e prima di tutto per curare se stesso. Il benessere dei pazienti è sempre, quindi, un effetto collaterale di questa autocura che fa largo uso di un balsamo: i pazienti. Buffo però… Sembra che i pazienti vadano in terapia per scoprire di essere loro la medicina.

P.S. CLICCA QUI per leggere “Le tre tipologie di trauma secondo la Psicologia Archetipica”