Fiducia 




Abbiamo appena finito di leggere il primo capitolo del romanzo psicologico in pillole di Luca Urbano Blasetti [CLICCA QUI per leggere il primo capitolo]. 

Leggere la prima parte è stata come salire sulle montagne russe, fatte di diversi tipi di emozioni: gioia, dolore, paura, tristezza, rabbia…

Le emozioni e le parole ci hanno condotto a percorrere con Luca i suoi ricordi di vita che si intersecavano abilmente con l’esperienza della sua prima gravidanza insieme alla moglie, Francesca. 

Una storia di una figlia immaginata, ma mai nata. 

Non nego che la conclusione del primo capitolo mi ha fatto scendere una piccola lacrima di commozione. 

Tuttavia, ora, sono pronto a proseguire il cammino immaginale di ricordi con voi, leggendo nuovi episodi, per emozionarmi ancora ma, soprattutto, per affidarmi con fiducia e fede alle pillole di Luca Urbano Blasetti per ridurre il consumo di psicofarmaci.

Buona lettura! 

 

In vespa con i cani

Non sempre è così, ma per me e Francesca, la perdita della nostra prima figlia ha rappresentato la spinta alla convivenza.

Alcuni eventi o di separano o ti uniscono.

La settimana successiva all’aborto ci ritrovammo nella nostra nuova casa, quella ricavata da un ex convento. Francesca dipingeva le pareti mentre io stavo tappezzando di rami di pesco freschi il soffitto del corridoio. Oggi non mi sognerei mai di farlo ma allora mi sentivo così originale nell’aver trovato quella soluzione, dunque l’estetica del corridoio finiva in secondo piano. O in primo.

Eravamo stranamente legati, come se quel lutto avesse sancito qualcosa di eterno tra noi. Non sapevamo ancora che avremmo affrontato altre tre gravidanze, ma ci comportavamo come se invece ci avessero rivelato proprio questo, come se sapessimo che sarebbe andata così. C’era una strana fiducia, quasi confusa con la certezza nel fatto che noi saremmo diventati quello che siamo diventati.

Ma la fiducia non è un fatto gratuito spesso richiede un tempo lungo per essere coltivata, perché il terreno venga preparato, seminato, irrigato e così via. Richiede autostima, amore e crescita personale. Questo è vero nella maggior parte dei casi, ad eccezione di Matteo.

Matteo è un caro amico, capace di pensieri di una profondità smisurata, verbalizzati però, come se si stesse parlando di frutta e verdura al mercato. Ecco, lui è l’esempio di una fiducia aprioristica nei miei confronti che ha sempre sfiorato l’imbarazzo. Io son sempre stato più grasso e bruttino, mentre lui è sempre stato carino e prestante, ma in quei casi in cui dovevamo fare qualcosa il leader ero io. Ero io a stabilire, in ultima analisi, se quella specifica stronzata si sarebbe fatta o meno. Lui obbediva ciecamente, con la fiducia di chi pensava che io avessi contezza di ciò che andava fatto perché mi era stato indicato da Dio in persona.

Quel giorno d’estate, adolescenti suonati come eravamo, avevamo deciso di raggiunger quel “Fiume Morto” dove spesso eravamo andati da ragazzi seguendo i nostri fratelli maggiori a pesca. Al nostro seguito lo “zio Vasco”, zio di una delle fanciulle per le quali ho speso importanti energie, pur sapendo che non ci sarebbe stata assolutamente “trippa per gatti”. Ci aveva chiesto di portarlo a pesca dato che lui non aveva particolare esperienza. Io avevo visto quella come una grande opportunità di far colpo sulla nipote anche se, in cuor mio, sapevo, come un attempato giocatore d’azzardo, che stavo buttando il mio denaro inutilmente. 

Per andare al fiume morto si prende quella via che passa in Valle Oracola. Costeggiando il fiume velino, ci avrebbe portato in una zona immersa nella campagna in cui, in due o tre bivi, avremmo raggiunto quel ramo dove il fiume è talmente fermo da non sembrare un fiume. Lo zio Vasco cavalcava uno scooter yamaha di quelli usciti da poco. Noi eravamo ancora la generazione dei “Si” e dei “Fifty top” i motorini più diffusi allora, ma gli scooter iniziavano a farsi vedere e la maggior parte di noi li vedeva ancora con sdegno. Io e Matteo cavalcavamo una vespa special bianca che era proprio della fanciulla in questione.

Ora, se vuoi fare colpo, non puoi certo titubare rispetto alla strada da fare e io non titubai, anche se non avevo per niente chiaro dove dovessimo andare di preciso. Quindi nei due o tre bivi andai a colpo sicuro. La strada bianca scorreva sotto le ruote e lo sguardo paziente dello zio Vasco diveniva sempre più, dentro di me, uno sguardo di compassione.

La strada, improvvisamente, finì!

Ma non sarebbe dovuta finire, E non sarebbe dovuta finire nell’aia di quel casale. Ci guardammo, e la pazienza di zio Vasco iniziò a virare in direzione dell’irritazione. Io e Matteo farneticavamo sulla giusta direzione da prendere e, mentre lui farneticava, io non dimenticavo di girare la vespa e riprendere la via da cui eravamo venuti, anche perché in quell’aia starnazzavano troppi animali, tra cui tre cani la cui taglia mi vedeva infastidito come una donna in un camerino di un grande magazzino.

I tre canidi non sapevano bene come muoversi. Noi eravamo tre, e a cavallo di strani oggetti. Ma tre cani fanno un branco e un branco non ha paura. Quindi iniziarono ad avvicinarsi al piccolo trotto. Ripartii con malcelata paura e ostentando una certa sicumera. Intanto, lo zio Vasco, si era lesto girato e allontanato. Ripartii e accelerai con vigore, ma eleganza. La vespa rispose per quello che poteva, cioè poco, e questo permise ai cani quasi di raggiungerci.

Il panico ci venne a trovare all’improvviso. Ci rendevamo conto di essere di corsa e sotto assedio dei tre cani, uno da una parte e due dall’altra, abbaiavano tentando di prendere nelle fauci le nostre caviglie. Ero ben felice di stare avanti e vedere che Matteo fosse il loro bersaglio primario, ma avevo pur sempre il senso di responsabilità del leader che mi spinse a dire a Matteo di dare un calcio ai cani. Lui provo a chiedere lumi e io irritato gli dissi che c’era poco da capire e che gli doveva dare un calcio. Lui non capiva quindi io, irritato oltre modo intimai con la voce del dio Odino: “dagli un calcio!”.

Fu allora che lo sentii stringere le cosce intorno alle mie natiche e lo vidi protendersi con la testa verso i cani e, preso più fiato che poté, iniziò ad urlare verso quegli ingordi bastardi : “Cazzo!!!” E poi lo ripeté più volte: “Cazzo! Cazzo! Cazzo!” come stesse sparando con un fucile a pompa, urlava cazzate a pieni polmoni verso quei cani, come fosse in grado di allontanarli con una formula del “Cazzo”.

Io, onestamente, non capivo e gli iniziai a urlare chiedendogli cosa caspita stesse facendo. Ma la paura mi divorava e quei cani non avevano abbastanza fiato per seguirci quindi riuscimmo a fuggire e sembrò che le parole urlate da Matteo avessero sortito qualche effetto.

Ci fermammo qualche minuto più avanti, lì dove quel pusillanime dello zio Vasco aveva deciso di attenderci. Fu allora che chiesi a Matteo perché mai si fosse messo a urlare parolacce ai cani e lui, placido e fedele, mi disse che glielo avevo chiesto io di farlo. “Tu mi hai detto: digli cazzo!” mi disse

A quel punto ho capito che qualsiasi cosa io avessi detto a Matteo, lui l’avrebbe fatta. Non gli sarebbe importato quanto sarebbe stata ridicola e di poco senso, lui l’avrebbe fatta. E questo per il semplice motivo che lui aveva fiducia in me, una fiducia che superava qualsiasi illogicità fino a divenire fede. Lui riteneva che se io avessi detto di urlare parolacce  significava che io sapevo qualcosa che a lui era sfuggito. Lui aveva fiducia in me oltre ogni possibile immaginazione.

Quella era la stessa fiducia che animava me e Francesca mentre rimettevamo in ordine la nostra casa. Eravamo irrimediabilmente convinti e fiduciosi che l’immagine che avevamo di noi fosse reale a tutti gli effetti.

Ci saremmo giocati tutto sul fatto che stavamo facendo la cosa giusta perché quella cosa era il nostro dio. E in quel dio avevamo una fede profonda, almeno in quel momento.

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Anima animale

Ogni tanto mi tornano alla mente quei momenti in cui osservavo sognante il procedere della nostra gravidanza. Rivedo Francesca ballare rubiconda, rivedo il corpo in miniatura di mia figlia sullo schermo e il medico che ci sorride, rivedo la mia mano che scorre sul ventre della mamma.

Poi, ritornato in me, inizio a pensare se ripartire. Sarebbe rispettoso e sensato fare di nuovo un figlio? Erano passati poco più di sei mesi da quel viaggio a Parma e io mi interrogavo in continuazione e, da psicologo, ogni domanda, come una matriosca, ne apriva altre dieci. Siamo pronti? Sono Pronto? Il corpo di Francesca si è ripreso? La figlia non nata si arrabbierebbe? Che penseranno i parenti? E se perdo il lavoro? Una mattina ero particolarmente assillato da queste domande. Era una di quelle domeniche in cui il sole ti invita a uscire e il freddo a restare sotto il plaid e io, sotto quel plaid, mi interrogavo compulsivamente. Come sempre, fu Francesca a interrompere quel ciclo di pensieri quando mi disse di avere un ritardo.

Eravamo di nuovo incinti e lo eravamo già da un po’.

Ecco la vita cosa è, è ciò che accade mentre ti interroghi su ciò che accadrà.

Penso che noi due eravamo l’espressione della fiducia che avevamo nel mondo e nell’immagine che avevamo di noi. Una fiducia paragonabile a quella di un cane per il padrone. Eravamo fedeli all’immagine di noi e lo eravamo perché quell’immagine era “padrone”, ci nutriva, ci carezzava, ci coccolava, giocava con noi, ci voleva bene.

Io, in verità, non ho mai simpatizzato per gli animali, ho sempre faticato a pensarli con un anima e ho sempre faticato a intraprendere una relazione con chi non avesse il dono della parola. Strano a dirsi per uno psicologo ma così è. MA ci fu una cane, una meticcia di media taglia che mi insegnò qualcosa in merito. Era un periodo della mia vita in cui uscivo spesso, quasi ogni giorno, in bici con gli amici. E quasi ogni giorno passavamo davanti a un casale rosso mattone, immerso tra gli alberi dove questa cagnetta meticcia ci abbaiava con un tono che voleva marcare il territorio e, allo stesso tempo, salutarci amichevolmente per la contentezza di rivederci.

Un Sabato mattina stavamo percorrendo quella stessa strada ma Musetta (questo il nome che avevamo scelto per la cagnetta) non c’era. “Chissà dov’è?” disse uno di noi e proseguimmo. Un paio di chilometri dopo vedemmo una sagoma in fondo alla strada e più ci avvicinavamo e più ci sembrava familiare. Musetta è una cagnetta con la schiena a pelo scuro, che cangia andando verso il ventre fino al bianco ma passando per un color nocciola che richiamava il colore degli occhi.

La raggiungemmo e rimanemmo piuttosto impressionati. La cagnetta era riversa su un fianco, le gambe rigide e tese, la lingua su un lato e con tremori evidenti. Rimasi così dispiaciuto da volermene fregare. Per questo riportai alla memoria tutti quei film dove un freddo coprotagonista mette fine alla vita di un animale o di un commilitone per ridurre il più possibile la sofferenza.

Mentre pensavo a questo uno di noi sottolineò che era stata probabilmente avvelenata. E che magari il veleno non era neanche destinato a lei. Nelle campagne spesso i contadini pensano di fare giustizia col veleno nei confronti di cani che scorrazzano. Vero che Musetta girava per la campagna come fosse casa sua, ma questo non la rendeva certo colpevole al punto di meritare una condanna a morte.

Ma io non ce la facevo a vederla così. “Che facciamo?” disse Fabio, la nostra guida ciclistica. “Ora dovremmo solo vedere chi di noi ha il coraggio di dargli una palata e mettere fine alle sue sofferenze” Dissi. E mi ascoltai, mentre al tempo stesso mi chiedevo chi mai avesse detto quella frase tanto sciagurata.

Dopo un istante di silenzio, iniziai a raccogliere le critiche timide dei miei amici. Ma io ero anche leader di quel gruppo. Non so perché lo fossi. Del resto il leader viene scelto e non si nomina. Quindi, in qualità di leader, le critiche erano accompagnate anche da un certo grado di rispetto. Io, dal canto mio, mi vergognavo perché ancora ammiccavo a quel freddo giustiziere dei film.

Musetta, a quel punto, non era più di tanto al centro della nostra attenzione. Io ero sceso dalla bici e passeggiavo risolutamente in direzione del casale lì vicino ma, ad un tratto la vidi spuntare tra le mie gambe. Non camminava, assecondava i tremori dovuti al veleno che agiva a livello neurologico compiendo piccoli saltelli che la avevano portata fino a me. Era ormai tra le mie gambe, tremante e col muso all’in su in cerca del mio sguardo.

Sembrava aver capito che io ero colui che aveva il potere di decidere della sua vita o della sua morte. Aveva compreso che ero il leader e che doveva rivolgersi a me per smuovere quel plotone di bikers. Mi Guardò e mi parlò. Mi disse che non voleva morire, mi disse che, se la avessi aiutata, ci avrebbe messo tutto il suo impegno per guarire, mi disse di smettere di guardare film dove si sopprimono anzitempo persone o animali per valorizzare la freddezza, mi disse di ascoltare il calore dell’anima. Mi disse tutto questo. Io la guardai e la ascoltai. Era la prima volta che parlavo ad un animale e che lo capivo così bene.

Mi girai verso Fabio, con la stessa risolutezza di quel giustiziere  gli dissi di svuotare il suo zaino e mettere le sue cose nel mio. Lo zaino di Fabio aveva delle cinghie esterne che potevano fungere da imbracatura. Fu lì che misi Musetta per mettermela in spalla. Quindi, dissi a Fabio e Paolo di seguirmi mentre invitai gli altri a proseguire il giro. Pedalavamo di buona lena e, pedalando, telefonai col cellulare a Enrico, quel vecchio compagno di scuola che era diventato veterinario. Lui mi disse di portargli subito la cagnetta e, quando gli dissi che ero in bici, mi raggiunse rapidamente in auto.

Musetta rimase sotto le cure di Enrico per tre giorni. Era sotto osservazione, e gradualmente smaltì il veleno e si riprese. Non mi fece pagare nulla per quel pronto intervento. Io ripresi Musetta e la riportai  a casa. Così come i padroni non si erano chiesti nulla della scomparsa, non si chiesero nulla della sua ricomparsa.

Oggi quando passo di lì, Musetta non mi aspetta, mi corre incontro e mi abbaia come sempre, ma io adesso ascolto e capisco che non marca il territorio, anche perché anche io ho smesso di marcarlo con lei. Mi parla e mi dice qualcosa del tipo: “Ciao coglionazzo, che bello rivederti!”

Eravamo incinti di nuovo.

Per la seconda volta.

Fedeli come cagnolini alla vita e al mondo.

Pensavamo che non ci fosse via di scampo, ma la vita ci ha stupito e ci preparavo a questa seconda avventura con rinnovato entusiasmo. Sotto un soffitto fatto di rami di pesco, ce l’avremmo messa tutta.

Montagne russe

La fiducia che ti consenti di dare è quella che ti vedi tornare?

Voci di corridoio dicono questo. In una sorta di pensiero che galleggia tra il magico e il new age,  si è imposta questa idea. In genere mi son trovato a sorriderne, ma di quando in quando, mi è capitato di sperimentarne la potenza. Anche nel caso di questa seconda gravidanza. Francesca era incinta per la seconda volta. Non sapevamo chi sarebbe nato o nata, sapevamo solo che non avrebbe avuto il nome che avevamo pensato per la figlia che, all’ultimo momento, aveva cambiato idea e aveva deciso di non nascere.

Ci aveva scelto come genitori e poi aveva cambiato idea.

Oggi, a 43 anni suonati, mi viene voglia di raccontare al me che era incinta della sua seconda figlia di come, proprio lei, 10 anni dopo, mi avrebbe aiutato ad avere fiducia nel mondo. Quella fiducia senza la quale non avremmo pensato di avere una seconda gravidanza.

Era un lunedì mattina quello in cui mi sono incontrato sulla ciclabile a correre. Ero uno sconosciuto a me stesso. Mi sono incontrato e ho attaccato bottone con me. Il me di 43 anni disturbava il me di 33 anni. Gli voleva raccontare la fatica di quei dieci anni, il bello e il brutto. Tuttavia, il me di 10 anni, prima voleva correre senza essere disturbato. e alla fine il 43enne si impose.  Non so chi incontrò chi, ma mi sembra che sia protagonista più l’uomo che incontra il ragazzo.

Correndo sulla ciclabile mi iniziò a dire che 10 anni dopo sarei andato  in un parco di divertimenti con i miei tre figli. L’ultimo di 1 anno e gli altri due di 9 e 10 anni. La prima si sarebbe chiamata Solidia, nome scelto perché era quello di mia nonna, perché non era quello della prima figlia, e perché rimandava al sole; solo tardivamente decisi che il significato fosse “giornata della terra” Sol-Dia.

Io ho sempre sofferto i parchi di divertimenti. Quando partivamo con i cugini c’era solo una cosa che superava la loro eccitazione, ossia il mio imbarazzo per la paura che avevo per qualsiasi attrazione che superasse i 20 km orari. Quella paura mi condannava ad una giornata di eterne esortazioni a partecipare e sguardi tristemente rassegnati nel vedermi seduto ad aspettare che le urla si dissipassero dopo aver fatto le montagne russe. Vivevo nel terrore e nella certezza che qualcosa sarebbe potuto andare storto.

Mentre bevevo alla fontanella per recuperare fiato dopo i primi 5 km, l’uomo continuò a raccontarmi che, quando partimmo con mia moglie e i miei figli per il parco giochi, avrei provato lo stesso imbarazzo con, in più, il senso di disonore di un padre di 43 anni pusillanime.  Mi raccontò poi che mi sarei messo a scherzare con figli e moglie dicendo che mi sarei occupato di portare sulle attrazioni il mio ultimo nato.

Insomma l’immagine del mezzogiorno di quella giornata era quella di me che tenevo il passeggino con l’ultimo nato, il mio secondo nato Carlo accanto a me, tutti e tre col naso all’in su, ammirati nel vedere le grida divertite di madre e figlia su delle montagne russe con un numero di giri della morte che superava il numero delle vite di un gatto. Tre pusillanimi guerrieri si leccavano le ferite mentre le donne di famiglia, impavide, affrontavano Pan.

Nel corso della giornata questa scena si è ripetuta più volte, e per ogni attrazione in cui le donne gridavano divertite con i maschi in contemplazione, il mio amor proprio scendeva di una tacca. A fine giornata poco mi consolava l’aver fatto attrazioni di media difficoltà, ero affranto e mi consolavo facendo il padre con mio figlio Carlo, portandolo sui tronchi, o su altre attrazioni che scimmiottavano quelle vere, quelle da uomini duri. Francesca ad un tratto mi disse che avrebbe portato Giorgio, l’ultimo cucciolo, nel villaggio di Peppa Pig, io invece avrei accontentato gli altri due portandoli di nuovo sui tronchi.

Io da ragazzo avevo paura anche dei tronchi e mi sembrava una certa conquista fare quell’attrazione, se non fosse stato per il fatto che, accanto ai tronchi, c’erano quelle stesse montagne russe che con i loro giri della morte e avvitamenti, mi avevano già umiliato 25 anni e più prima. Erano le 18. Il parco si stava svuotando: mia figlia Solidia aveva rinunciato a coinvolgermi nelle attrazioni più paurose. File non ce ne erano più. Mi voltai verso Solidia e le dissi semplicemente:

“Amore portami sulle montagne russe”.

Lei si girò, sgranò quegli occhi verde mare all’inverosimile. “Davvero papà?!” mi chiese incredula.  “Davvero” risposi.

Chiedemmo a Carlo di aspettarci e corremmo. Il primo trenino fu il nostro. Salimmo. Ci bloccarono le spalle. Mi mancò il fiato. Ebbi una crisi claustrofobica. Partì il trenino. Tlack, tlack, Tlack. E poi iniziò la discesa. Urlai ridendo, come avevano fatto le donne fino a quel momento. Non mi ero mai sentito così tanto donna prima di allora. Su, giù, destra, sinistra. Capolinea. Siamo scesi e l’attrazione ha chiuso i battenti. Carlo aveva lo Sguardo avvilito la sotto, ma a quel punto prevalse l’orgoglio e mi sentii al di sopra. Solidia mi permise di fare quello che non volevo fare da circa tre decadi.

Questo mi raccontò l’uomo che inaspettatamente mi disturbò durante la corsa e mi disse di aver fiducia nei figli perché mi avrebbero insegnato e dato molto più di quello che sarei stato in grado io di dare loro.

Io e Francesca, dunque, non eravamo incinti soltanto di Solidia ma anche del mio sguardo sgranato che sa meravigliarsi del mondo. Ma anche del mio coraggio nell’affrontare tutto ciò che mi fa paura. Ma anche della Solidia che era il riflesso di un parte di me.

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Sui fichi, le more e altri frutti

La fiducia, dunque, è un ingrediente irrinunciabile per fare figli, e per molte altre cose. Se non c’è prevale quel raziocinio di Apollo che ti spinge a dire che prima devi avere un lavoro, una casa, una macchina, la stabilità, la salute, uno skateboard, un set di pentole in acciaio inox, una bici, una bici per il bimbo. Insomma con la ragione ci saremmo estinti. È,  invece, la fiducia che permette la sopravvivenza della specie. Ma non una fiducia generica, ma quella cosmica e psicologica, quella secondo cui si vive nella serenità del fatto che ciò che deve accadere accadrà. I greci la chiamavano anche Ananke, dea della necessità. Poi qualcuno l’ha chiamata anima mundi e qualcuno fede psicologica.

Io la chiamo Rubare i fichi dagli alberi. E si, perché oggi abbiamo una strana assenza di fiducia nel cosmo e nella natura. La chiamerei sindrome da supermercato. Se qualcosa non sta nel supermercato potrebbe essere nocivo. Una mela sull’albero ci spinge a pensare se possa farci male, mentre al supermercato quella stessa mela la riteniamo salubre.

Mio padre mi insegnò la fiducia nella natura più volte. Quando eravamo con lui nei weekend, il resto della settimana stavamo con mia madre, spesso lui ci proponeva una serie di riti iniziatici. Prerogativa notoriamente dei padri. Quindi quando eravamo in macchina, o per andare al mare, o per la campagna,  spesso lo sentivamo trasecolare e gridare vivacemente una qualche bonaria imprecazione tra il reatino e il romano. Poi inchiodava si girava mostrandoci le orbite che non riuscivano più a contenere i suoi occhi infiammati di stupore. Quello stesso sguardo lo incontravo quando si arrabbiava ma mi accorgevo subito quando, invece, era dovuto ai fichi.

Quella volta era un venerdì ed eravamo in partenza per il mare. Percorrevamo la cicolana, strada uggiosa e triste che riuscivamo a sostenere solo con la promessa del mare. La radio ululava le note di Disco Samba dei Two Man Sound e, con quello stesso ritmo, quella volta, mio padre ululò qualcosa. Inchiodò, strabuzzò e ci disse: ” Ragazzi guardate che c’è”. Noi ci guardavamo senza capire cosa ci fosse di bello sulla cicolana. Lui indicava un albero di fichi, un fico che si trovava a limite tra ciò che è demanio e ciò che è privata proprietà. Correva senza aspettarci e ci intimava di seguirlo.

Io già allora mi chiedevo se i fichi fossero buoni, o se lo fosse l’Uva, le mele o ancor più le More. Ma papà non aveva dubbi e mi prendeva sulle spalle per arrivare più in alto. Io ero correo di quel furto e le rare volte che un presunto proprietario ci rincorreva, ero anche la scusa e l’attenuante maggiore. Mio padre ha sempre avuto un’altissima gratitudine nella natura prodiga di frutti. Io ero terrorizzato all’idea che qualcuno ci scoprisse oppure dagli effetti velenosi di quegli oggetti che invece di stare nel banco di un supermercato erano sugli alberi. Già allora percepivo anche che, questa mia, era una follia, quindi mangiavo a rischio della vita.

Oggi mi ritrovo a fare lo stesso. Quando vedo un albero di frutti. Specie con le more che, oltre che gratuite, notoriamente non hanno un proprietario. Le colgo con i miei figli e le mangiamo. Eppure c’è una parte di me che tituba. Mi chiedo se mai ci potrebbero far male. Tuttavia oggi, come allora, mi suicido e mangio. Anzi ho anche imparato che i frutti migliori sono quelli col verme. Si perché il verme non è scemo, sceglie i più dolci. Quindi lo sfratto e, sciacallamente, mi mangio il frutto pulendo dove il verme si era messo a banchettare. Oggi i miei figli mi guardano strabuzzare e mi compatiscono, mi seguono, mangiano e si chiedono se quel mio entusiasmo sia normale. Non sanno che quell’isteria ortofrutticola è dovuta al fatto che mi sto mettendo nelle mani di Madre Terra. A rischio della mia stessa vita.

Strana questa nostra era dove temiamo che la natura ci avveleni. Un’era in cui la frutta nasca sui banconi e non sui rami. Strana era in cui manchiamo di fiducia. Quella stessa fiducia che ci spinge a far figli anche se siamo squattrinati, quella stessa fiducia che ci fa intraprendere imprese eroiche e fare scoperte grandiose. Quella stessa fiducia che salvava me e Francesca da Angerona, la dea romana dell’angoscia, e che ci spingeva a renderci disponibili a nuove gestazioni. Questa disponibilità ci vedeva scelti da Solidia, la nostra secondogenita che sarebbe nata di lì a qualche mese e che, un giorno, mi avrebbe compatito vedendomi correre improvvisamente al grido: “More Mature!”

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La minestra di fave




Sarò capace di fare il padre? Sarò all’altezza?

La fiducia che avevo in me non poteva neanche lontanamente avvicinarsi alla fiducia che avevo in mia Figlia, già da molto prima della sua nascita. Quando rimanemmo incinti per la seconda volta, io, ma penso di poter parlare anche a nome di Francesca, eravamo certi che nostra figlia sarebbe stata sana, vivace, intelligente, capace, affettuosa. Avevamo una profonda fiducia nelle sue capacità. Non altrettanto potrei dire rispetto alla fiducia nelle nostre capacità.

Quando hai un figlio passi tutta la vita a scalpellare il monolitico pezzo di marmo perfetto che gli avevi messo addosso, per scoprire, come Michelangelo, l’opera d’arte che vi è contenuta. Ogni colpo di martello è un colpo al cuore per il genitore. Ogni scheggia di quel marmo rivela chi è veramente tuo figlio e, immancabilmente rivela chi sei. Alla fine c’è una scultura e un mucchio di schegge e tu sai di non essere mai stato scultoreo. La misura di quanto differiamo dai nostri genitori, è la misura di quanto ci siamo individuati. La misura di quanto gli somigliamo è anche la misura delle nostre maschere.

Ma come sarei riuscito a fare il padre? Avrei saputo rimproverare, abbracciare, incoraggiare, curiosare, sbeffeggiare, ammirare…? Insomma tutti i verbi che vi vengono in mente andrebbero bene. Ma a me risulta particolarmente importante come stare a “tavola”.

Sarei riuscito a insegnare ai figli come stare a tavola? Mangia tutto, stai composto, non giocare. Ce l’avrei fatta senza diventare ottuso? Si, perché il codice del galateo è decisamente Ottuso.

Ricordo soltanto che io mi salvai dall’ottusità di mia madre mentre ero dall’altra parte del cucchiaio, e questo  soltanto grazie alla mia grande voracità. Mia madre ci faceva mangiare la sera come se fossimo al militare. Era una donna che si era separata da mio padre poco prima che nascessi e si era trovata costretta a tornare dai nonni che lei stessa aveva ripudiato per amore di quel “figlio di geometra” che poi la tradì. Quindi noi dovevamo mangiare prima e rapidamente, per non disturbare gli altri con cui lei aveva già contratto il debito di essere stata aiutata, e per non disturbare lei che lavorava tutti i giorni; e anche perché mio padre era stato decisamente uno stronzo, e noi avevamo ereditato una parte di colpa.

Quindi quando ci sedevamo, Io, Chiara e Gustavo, i miei fratelli, avevamo il terrore di chiedere cosa ci fosse per cena. Il solo chiedere prevedeva un’ammenda di doppia razione. Ma sia inteso la doppia razione era ammenda riferibile solo a quegli alimenti che potevano risultare orribili nel sapore. Quegli alimenti di cui, da bambino, ti chiedi perché mai un adulto vada al supermercato e scelga di comprare proprio quelli. Le fave per esempio.

In tarda età ho imparato ad apprezzarne l’aspetto rituale nel mangiarle col pecorino sgranandole a fine pasto. Ho imparato il loro valore come immagine e simbolo di trasformazione. Ho imparato come facessero da contorno alla primavera e preludessero l’estate. Ma hanno continuato a piacermi poco.

Quella sera era un Giovedì e, invece degli gnocchi, eccole troneggiare in quella terrina di coccio marrone che  le rendeva ancora più sgarbate. Il verde smeraldino della loro tenuta fresca, aveva, dopo la cottura, lasciato spazio a quel grigio-verde cinereo che ricordava il centro di un livido. Il brodo rifletteva solo il grigio, e il verde rimaneva un ricordo. Col verde se ne andavano le speranze nostre che sceglievamo, di volta in volta, come districarci da quella tortura.

Ognuno una tecnica… Mio fratello spavaldamente le iniziava a mettere in bocca. Il primo boccone è facile, metterlo tra le fauci è un attimo e, non avendo più il ricordo del sapore dall’ultima primavera, ti dai il permesso anche di masticarle. Le fave erano come un parto, solo dimenticando le sensazioni avute, si decide di farlo di nuovo. Mio fratello già al secondo boccone si mostrava meno spavaldo, ma la sua tecnica consisteva nel mangiare e lasciare che la fava, fattasi purea, indugiasse sulla lingua finché questa, la lingua, saturasse la capacità delle papille di percepire il sapore. Questa tecnica consentiva di mangiarne solo una alla volta e richiedeva un tempo infinito. Mia sorella non era da meno. Lei iniziava ad avere smorfie da rigurgito alla sola vista del baccello. Quando metteva in bocca l’infausto legume il rischio che vomitasse era altissimo e mia madre diventava ancor più feroce. Quindi Chiara mangiava con un solo obiettivo: trovare il modo in cui le fave transitassero per l’esofago senza titillare il riflesso da vomito. Le facce che faceva erano impressionanti, sembrava come di vedere un pezzo di pongo mentre lo accartocci tra le mani, ma dopo averlo messo sul termosifone.

E io? Come gestivo quella Dachau alimentare? Era un Giovedì, e il Giovedì può succedere qualsiasi cosa. Il giovedì avvengono le trasformazioni. Puoi sperimentare nuove tecniche e nuove strategie. Quella sera mia madre era accanto a me e io mi sentivo come il “Soldato palla di lardo” nel film di Kubrick. Mi porse il primo cucchiaio e io, senza pensare, feci l’opposto di ciò che avrei voluto. Ricordai qualche documentario sulle sule piediazzurri, degli uccelli monogami e con le zampe di un blu stupendo. Dunque decisi di imitare il pulcino. Spalancai la bocca. Orientai le fauci verso l’alto fino a mettere in asse il cavo orale con la gola. Allargai la gola come quando imitavo Pavarotti e, una volta che gli infami frutti dei morti erano nella mia bocca, le mandavo giù come una foca che ingoia pesci. Mi accorsi, d’improvviso, che in quel modo potevo evitare che le fave toccassero la mia lingua (da sempre impiegavo tecniche opposte a quelle di mio fratello) e riuscii a farlo fino a che il piatto non fu pulito. Mia madre scambiò quella per voracità, anche se i suoi complimenti mi suggerivano che sapeva che le fave non mi piacevano.

Trionfai e uscii dalla cucina gonfio in petto, mentre mia sorella si continuava ad accartocciare e mio fratello stava alla terza fava. Il tutto con un contorno di grida metalliche che, come nella camerata dei marines, rimbalzavano come cazzotti sulle orecchie dei malcapitati. Io, intanto, il “soldato palla di lardo” stavolta ero stato migliore di tutti. Ma non perché avessi fatto felice mamma ma perché l’avevo fregata. Il sadismo di mia madre è sempre stato secondo alla mia mercurialità, parola che in lingua comune suona come “paraculite“. Le fave sono simbolo di trasformazione e io mi sentivo piuttosto trasformato.

Altrettanto ci sentivamo nell’attesa di mia figlia. Ma lei, mia figlia, avrebbe dovuto sviluppare il più possibile quella stessa capacità di eludere le mie attese, pur continuando a farmi   credere di non averle disattese. Quella capacità l’avrebbe salvata. La sua difformità l’avrei vissuta come deformità. Ma più un figlio è deforme e più si salva dalle iperboli dei genitori.

Cerchiaggio

La gravidanza procedeva ed eravamo in Aprile quando la ginecologa si impaurì e ci impaurì.

Succede ormai di frequente. I medici si impauriscono per una possibile malattia che potremmo avere. Ma in verità hanno paura che gli facciamo causa. Tutto dipende dal pessimo rapporto che abbiamo oggi con la morte. Penso che prima di essere un fatto culturale, sia un fatto molto personale. Io ho un pessimo rapporto con la morte. La rifiuto, la rinnego, guardo altrove. Un tempo, o forse in questo tempo, ma per qualcun altro che non sono io, la morte era parte stessa della vita. Addirittura in alcune tribù il morituro si avvedeva della morte imminente e si allontanava.

Oggi si fugge e chi muore di vecchiaia lo fa spesso in ospedale in condizioni tutt’altro che confortevoli per la morte. Oggi ci fissiamo nelle prime due fasi del lutto che la psicologia chiama: Negazione e Rabbia. Non accettiamo la perdita e ci arrabbiamo, e il nostro primo bersaglio sono i medici. Dovevano salvarci. Dovevano eludere la morte. Ci devono fare dono dell’immortalità, nostra e di tutti i congiunti sino al terzo grado. Per questo i medici hanno come primo obiettivo difendersi dai pazienti e dai loro familiari. Sembra piuttosto interessante questa cosa. Ma, mi chiedo, quale potrebbe essere la qualità della cura se il primo obiettivo è difendersi da colui che deve essere curato? Sono uno psicoterapeuta e questo aspetto risulta fondamentale.

Nel mio lavoro mi trovo in continuazione in questa situazione. Anche in terapia si muore, ossia si vive una trasformazione, una metamorfosi, ma questa non piace ai familiari che diventano i contro-terapeuti, accusano il terapeuta di fare lavaggi del cervello o di instillare idee malsane. Insomma tutta la paura che abbiamo della morte è sostanzialmente la paura che abbiamo di cambiare. Questa stessa paura indusse la ginecologa a difendersi da noi preventivamente e, ascoltato il racconto di come Francesca avesse perso la prima figlia, ci disse subito, con voce sommessa, fintamente partecipe e recitando la parte del medico empatico, che si sarebbe dovuto fare un cerchiaggio.

-Cioè?- Chiedemmo tutti e due e il medico donna ci raccontò qualcosa sul fare un fiocchetto al collo dell’utero per evitare che non tenga il nascituro. Io visualizzai immediatamente un uovo di pasqua con fiocco blu e carta dorata.

Così mi appariva l’utero di Francesca e con questa immagine andammo in ospedale per  fare questa operazione dal vago sapore ameno. Poi si presentò in tutta la sua invasività… Intanto va fatta in anestesia totale, o per lo meno la nostra ginecologa così la volle fare, in secondo luogo metteva a rischio una gravidanza in una misura di certo inferiore al rischio naturale, ma superiore a quanto fossimo in grado di sopportare.

Entrati. Ricovero. Letto. Lenzuola ospedale. Sorrido. Sorride. Paura. Cena ospedale. Odore cena. Sorrido. Bacio. Sorride. Dice- vai-. Tapparelle. Chiudo. Vado. Torno. Saluto. Bacio. Chiamata. Infermiere. Lettiga. Operazione cerchiaggio. Esce. Dorme. Si sveglia. Umore buono. Bacio. Mano. Ore. Mangia. Vomita. Beno. Tutto bene. Casa. Finalmente.

Quel fiocchetto blu ci avrebbe accompagnato per il resto della gravidanza e mi indusse a pensieri così strani fino al punto di eliminare qualsiasi fantasia afroditica dai miei immaginari. Quel fiocco blu diveniva ghigliottina e io non mi sono mai sentito così poco francese.

Ancora oggi mio chiedo se fosse necessario, se quel medico donna avesse potuto prendersi cura di noi con le parole piuttosto che con i fiocchi. Poi inizio a pensare a quanto siamo medici di noi stessi. A quanta paura abbiamo di morire e ci difendiamo dalla morte. Perché cambiare ci risulta tanto difficile?

Poi mi pacifico. Nessuno può cambiare ciò che è. Siamo destinati ad essere per sempre chi siamo e sorrido quando qualcuno mi dice che sono insopportabile. Si perché, ogni volta, gli altri da me pensano che io mi stia simpatico. Gli altri non sanno che la misura con cui non mi sopportano è la mia stessa misura. Tuttavia tra me e il mondo c’è una profonda differenza, ossia che il mondo può non frequentarmi mentre io sono costretto a vivere con me.

Questo per dire che non dobbiamo cambiare il “me”, ma il modo in cui stiamo con quel “me”.

Questo pensiero mi accompagna e con mia grande meraviglia fu proprio la sorpresa di quell’uovo dal fiocco blu a parlarmi di questo. Solidia, placidamente, alla soglia del suo undicesimo compleanno mi confidò proprio che quello che non piaceva agli altri di lei, non piaceva neanche a lei. “Solo che io me lo devo tenere, papà, loro no!” mi disse  e si fece di nuovo specchio. 

Paura di volare, di nuovo 

Insomma, Francesca aveva un fiocco blu nel collo dell’utero donato dal cerchiaggio.

Il fiocco avrebbe salvato mia figlia che si stava già salvando da se. Infatti, intanto Solidia cresceva dormiente nel ventre della sua mamma, senza curarsi di quel fiocco che avrebbe ritrovato nella divisa delle scuole elementari poco più di sei anni dopo. E anche in quell’occasione si sarebbe dimostrata noncurante del fiocco fin quando non ci avrebbe chiesto di poterlo levare. Ma questo, come già detto, sarebbe avvenuto circa sei anni dopo.

In tutto questo trambusto da tutela di gravidanze, io non potevo non continuare a oscillare tra estremi di euforia per il diventare padre e estremi di terrore per il non riuscire a farlo. Del resto la nostra prima figlia se ne era andata senza preavviso al quinto mese e, pur riconoscendomi un’indole fobica, in questo caso i miei timori erano giustificati. Il trauma passato inficiava sulle mie emozioni presenti e Freud ne sarebbe stato felice.

Ma vedete, un fobico non ha semplicemente paura. Mi piace dire che la paura è un “pavire”, ossia un tastare il terreno per vedere se tiene. La paura segue una certa logica di causa effetto, come quella che Freud suggerisce nelle sue teorizzazioni sul trauma. Se un cane mi abbaia ho paura, se ricevo una minaccia, ho paura, se vedo un precipizio ho paura, se l’auto sbanda ho paura. Ho paura di un evento che risulta ragionevolmente probabile in base alla mia esperienza pregressa. Quindi i miei ricordi li uso come strumenti di previsione, così la paura è l’emersione di un ricordo sofferente, di qualsiasi natura. 

Un fobico, però, non ragiona così. Inverte l’ordine delle cose e mette l’effetto a produrre cause. Un fobico ragiona sulla sua auto e inizia a pensare che potrebbe sbandare, inizia finanche a desiderare che lo faccia. Perché un fobico gode all’idea di essere lui a produrre gli eventi. Un fobico non osserva il cane, l’auto o il precipizio. Un fobico è invaso direttamente da quell’immagine e da tutti i suoi contenuti simbolici. Un fobico non verifica quanto un evento o un oggetto della realtà somigli al ricordo di un trauma, un fobico si ostina e spende tutte le sue energie affinché gli oggetti reali somiglino ai suoi ricordi. Un fobico è uno psicotico, ossia una persona con un eccesso di psiche e, in tal senso, ha accesso diretto al mondo delle idee e degli archetipi. Quindi se un fobico vi dice “Ho paura di volare, risulta assolutamente inutile iniziare a fargli l’elenco dei motivi per cui gli aerei sono i mezzi più sicuri, del modo in cui funzionano e in cui è impossibile che cadano, perché gli aerei di cui lui ha la fobia cadono eccome, ma, soprattutto, contengono in loro almeno altre 15 fobie… claustrofobia, fobia sociale, fobia di cibo avvelenato, fobia terrorismo, ecc. Insomma un fobico non ha paura, è soltanto fuori di testa. In una certa qual misura, e per nostra fortuna, tutti lo siamo, altrimenti non ci sarebbe l’immaginazione.

“Eccomi, sono un fobico, e c’è una strana forza che mi spinge a riflettere su tutti gli eventi più infausti che avrebbero potuto ricondurmi nuovamente a esperienze brutte di gravidanza. Proprio oggi che sto salendo su un aereo diretto a Parigi. E’ il 4 Ottobre 2018 e Solidia sta compiendo proprio oggi il suo undicesimo genetliaco. La mia malcelata fobia elude gli sguardi dei miei, oggi, tre figli, ma non inganna Francesca che sa che il mio voler tenere in braccio l’ultimo nato, non è una premura verso di lei ma un modo per placare gli immaginari fobici. Effettivamente fare il padre mi ha sempre aiutato a placare la “paura dei Mostri”. Si apre il Gate, e proprio il mio ultimo nato ci da la priorità all’ingresso. Entro e vedo questi 100 posti stipati nella carlinga. Avanzo, trovo il mio, e vedo gli oblò così piccoli. Mi siedo, e osservo chi viaggia con me. Li vedo entrare e sembrano una folla infinita. Guardo le hostess con i loro sorrisi da pubblicità del dentifricio sbiancante e ho un solo pensiero: “Non mi fido”. Poi, guardo il fondo dell’aereo e vedo che i carrelli porta vivande mostrano segni di usura sugli angoli protetti da laminato. Si vede che hanno sbattuto a destra e a manca. Perché? Lo sguardo delle hostess è tutt’altro che rassicurante, anche perché non c’è nulla di più terrificante dello sguardo di una persona che ti vuole rassicurare come le hostess. Si capisce subito che non ci credono neanche loro e che il loro sguardo è finto. Se è finto due sono le ipotesi. La prima è che non sono soddisfatte del lavoro che hanno scelto. La seconda è che moriremo tutti. Ora è evidente la legge secondo cui l’ipotesi più probabile è sempre quella che mi coinvolge in un ruolo primario o di protagonista, mentre la più improbabile è quella in cui “IO” sono una semplice comparsa o non compaio affatto. Quindi, quando al decollo per Parigi ho incrociato lo sguardo delle Hostess mi è stato del tutto chiaro che saremmo morti tutti.”

Ora cosa direste a un fobico il cui unico pensiero è di essere il centro dl mondo? Gli andate a dire che gli aerei non cadono e che vanno avanti e indietro tutti i giorni? Cioè quello che fareste è dirgli che lui non è il centro del mondo? Se fate questo avete perso in partenza. La sua fobia è del tutto necessaria alla sua sopravvivenza, quindi non vi curate di lui, o meglio curatevi di lui, ma senza convincerlo di nulla.

In più un fobico attinge direttamente dal mondo delle immagini per fare le sue elucubrazioni sulla realtà. Questo significa che la paura che prova non risponde alla logica della realtà, ma a quella dei sogni. Per questo mi sono messo a scrivere in aereo. dopo aver ceduto il mio primogenito che aveva dormito sapiente, a Francesca.

Ho aperto il pc e ho scritto di getto questa pillola, ed ecco che le immagini e le fobie hanno iniziato a danzare e che il loro impatto sul mio corpo si è ridotto: “Le mani smettono di sudare, il cuore rallenta, la testa si alleggerisce. Non c’è farmaco migliore della scrittura. Prendo le immagini, le onoro e, nel loro trionfo, queste, le immagini ,iniziano a coccolarci.”

Ma eccoci, Io e Francesca, 11 anni prima di quel volo, in una certa misura rassicurati da quel fiocco che riduceva di molto il rischio di perdere nuovamente un figlio. Ma, al tempo stesso, non liberati da immaginari e fantasie su nostra figlia proprio perché le immagini non si assoggettano mai al nostro bisogno di controllarle. Un fiocco non è sufficiente a regimentarle e noi, lieti e pensosi, continuavamo a prepararci alla venuta di Solidia con spiriti opposti. Francesca perennemente ottimista e io immancabilmente, irrimediabilmente, e paurosamente fobico. Eppure, anche in quei momenti in cui dominava, lei, la paura, non riusciva a levarsi di torno Fiducia che, sghignazzando, la stalkerizzava.

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