Il segreto della gioconda?

Perché La Gioconda di Leonardo attrae e anima la nostra immaginazione?

Direi che potremmo definirla la prima psicoterapeuta della storia.

Si perché in quello sguardo che viene, dai più, definito enigmatico, ritengo non vi sia nessun enigma. Allora vi vorrei dare un punto di vista psicologico della Monnalisa, detta la Gioconda di Leonardo, e degli occhi suoi che tanto ci fanno parlare. Si perché è proprio questa la vera potenza del quadro, ossia che, in assenza di enigmi reali, promuove e induce chi osserva a parlare di quegli enigmi. Ma se in verità non ci sono, significa che gli enigmi di cui parliamo mentre osserviamo la Gioconda, sono semplicemente quelli dell’anima di chi osserva.

Il vero messaggio dello sguardo della Monnalisa

Potrei tenervi ancora un po’ sulle spine, potrei… e questo risponderebbe ai biechi fini della scrittura in rete, ossia la necessità di tenervi qui, su questa pagina, ma non lo farò. Allora il senso e la sensazione di quello sguardo è lo stesso di questa rivelazione contenuta nella prima frase di questo paragrafo… La Gioconda ci sta dicendo qualcosa del tipo “Io so che tu sai che io so”. Ah quanta vita e quanta psiche viene liberata da questa frase! Ma non pensatela in formule cinematografiche che rinviano a trame fatte di ricatti, intrighi, reati, bugie e compagnia cantando. Pensatela nella sua più banale delle maniere. Ossia: esiste un territorio di verità, esiste un territorio di autenticità che teniamo nascosto al mondo. E quella è proprio la terra in cui Monnalisa vuole erigere la sua casa e il suo talamo. E poi ci guarda come a dire “Cosa pensi che non sappia che tu non sei la maschera che indossi?”

La Gioconda va in Terapia

Quindi la stanza d’analisi è il luogo del “Io so che tu sai che io so”, è il terreno in cui si diventa ciò che sta nel mezzo, direbbe Jung. Un luogo di frontiera, una no man’s land, quella striscia di terra in cui non siamo di nazionalità diversa, ma dove ci spogliamo degli orpelli e di ciò che è socialmente desiderabile, per contattare ciò che è psichicamente esistente, anche quando è inaccettabile. Qualunque immagine mi venga a trovare ha diritto di cittadinanza lì. Sognare di far l’amore col padre o con la figlia, la pansessualità, quando prepotente compare l’immagine di noi che aggrediamo chi ci sta di fronte, il piacere nel sentire i nostri odori immondi, i nostri riti insulsi o assurdi, il tenere ansiolitici in tasca per andare al mare, l’amore per il non amabile, l’attrazione per il repulsivo… Lì sta guardando la Gioconda, in quella benedetta stanza, la patria di ciò che è freak. E Leonardo colui che, da bravo ingegnere, la tirata su. La stanza, sia inteso.

“… è questo il senso che l’analista riveste la funzione di soggetto supposto sapere, sebbene l’autentico soggetto supposto sapere è il soggetto del desiderio inconscio dell’analizzante stesso.” (Di Ciaccia, La formazione psicoanalitica nella Scuola di Lacan)  

Ma la Gioconda è Paziente o Terapeuta?

Monnalisa fa la terapeuta. Se quello sguardo fosse quello del o della paziente sarebbe uno sguardo di transfert che indica la via. In questo caso è il paziente che invita il terapeuta a condurlo in quel terreno. Il rischio è che si confonda, come nel transfert e controtransfert, quello sguardo con l’innamoramento. Questo rischio lo corrono molti psicoterapeuti. Del resto anche il senso comune, pettegolo e “soapoperistico”, ha spesso letto in quello sguardo la relazione adultera tra Leonardo e la signora Lisa. Ma io penso che questo sta nell’occhio di chi guarda che, a costo di lasciare ciò che non gli piace inosservato, si concentra sull’Eros che tutto distrae.  Insomma penso soltanto che la Monnalisa sieda, in vero, sulla sedia del terapeuta allora l’invito viene fatto da lì. In ogni caso questo è il terreno della psicoterapia che osserva con occhio avido ciò che vorremmo lasciare inosservato. Per questo quello sguardo, quello della moglie del signor Giocondo, possiamo pensarlo come lo sguardo della psicoterapia.

Il segreto della gioconda che Leonardo non conosceva

Ora, brevemente, mi sia concesso, vi racconto di quando sono andato a trovare Monnalisa. È un’impresa quasi titanica. Si, perché dopo arerei, autobus, bed & breakfast, lunghe camminate, figli brontolanti e figli in braccio, mogli perennemente imbronciate, file, biglietti, incomprensioni varie, arrivi alla sala della Lisa e ci arrivi dopo che l’attenderla ti ha rovinato buona parte di ciò che contiene quel museo. Allora quando arrivi e ti ritrovi gente accalcata come allo stadio, senza distinzione di etnia, razza e provenienza, come in un girone dantesco tutti livellati dalla morte, ricchi con poveri, occidentali e terzo mondo, insomma quando alla fine arrivi davanti a lei sgomitando con un thailandese che cerca di fare il napoletano con te, allora osservi quel quadro e poi lo guardi di nuovo dicendo dentro di te: “mbè… tutto qui?”

E dopo che hai visto la Gioconda?

E dopo titubi. Vorresti andar via, ma dopo tutta quella strada, dopo i soldi e il sudore speso che fai? Devi fermarti e quindi ti fermi e la guardi ancora, come quando, sazio, finisci il bordo della pizza solo perché lo hai pagato. A quel punto lei ricambia e sembra farlo solo con te in mezzo a quella calca. Ti muovi e lei, la Gioconda, ti segue e ricambia il tuo sguardo con l’aria di chi ti dice “io so che tu sai che io so”. Insomma mentre sa che tutto ciò non ha molto senso, allora eccolo il senso che si fa trovare. Il segreto della Monnalisa è l’immaginazione, è la capacità di evocare il processo fondamentale senza il quale non avremmo fatto nulla di quello che abbiamo fatto nelle nostre vite e nell’esistere dell’intera umanità. Il telos, lo scopo non è il quadro ma, il nostro scopo è transitare tutte le peripezie per giungere davanti a quello sguardo, uno sguardo che dobbiamo ricordarci di mettere a fuoco.

Conclusioni

Voglio quindi pensare che Leonardo e la Gioconda sapessero, come solo un terapeuta con fede psicologica sa, questo di noi, ossia che siamo perfetti idioti ma che conteniamo energie infinite per realizzare chi siamo, dal più celebre filosofo al più umile lavoratore della terra. “Io so che tu sai che io so che vuoi diventare chi sei…” Ok, ok, ok mi fermo, è un po’ arzigogolato, ma è veramente tutto qui. Rileggetelo. Eccoli allora i terapeuti e le terapeute che osservano con le palpebre leggermente chiuse per rivolgere lo sguardo tanto la fuori quanto dentro di loro. Eccoli i terapeuti col sorriso giocondo appena accennato che accoglie amorevole e, al tempo stesso, sadicamente fa lo sgambetto. Eccoli che in quello sguardo e con una mano che si aggrappa al polso dell’altra, impercettivamente reclinati verso i pazienti, attendono che anche loro, i pazienti rivolgano quello stesso sguardo ai terapeuti. Scoprano che ci sono solo donne e uomini dietro quello sguardo, non cristi ma poveri cristi. Insomma la terapia è come la Monnalisa che gioca a nascondino con te e quando ti vede e tu ti accorgi che ti ha scoperto, lei, lì, quieta e pensosa, amorevolmente non corre a farti tana ma, fiduciosa, attende che tu lo faccia da te.

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Info sull'autore

Luca Urbano Blasetti

Psicologo e Psicoterapeuta; Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica sul tema Creatività e sue componenti dinamiche; Responsabile del Centro Emmanuel per Tossicodipendenti di Rieti presso cui cura diversi progetti regionali; autore di diverse pubblicazioni psicologiche; lavora nel suo studio.

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