Il Museo del silenzio

Alla parola museo nella mente si fanno largo immagini di reperti archeologici, quadri, statue, ampie stanze sapientemente illuminate e poi c’è il Museo del silenzio di Fara In Sabina e le aspettative si ribaltano.

Fara In Sabina è un piccolo comune del centro Italia che svetta luogo l’antica via del sale tra Rieti e la più conosciuta Roma. La città rivendica orgogliosamente i suoi antichi fasti e continua a mostrarsi ancora affascinante nella sua attuale mitezza. Il Museo del silenzio apre per la prima volta le proprie porte nel 2004 e si situa nell’ala est dell’antico Castello poi diventato Monastero di Santa Maria della Provvidenza e Convento delle Clarisse Eremite. Scelgono di consacrare il silenzio ispirandosi alla vita delle monache di clausura, le quali, trascorrono la loro esistenza, nel più totale isolamento, riserbo e sotto l’inflessibile Regola del Silenzio. È un museo interattivo che propone un percorso individuale di dieci minuti in cui tutto è predisposto con il fine di favorire al corpo e alla mente di essere catapultati nella vita monastica. Pochi elementi, pochissime centellinate parole e tanto, tanto silenzio.

È un percorso esperienziale individuale di dieci minuti che nasce dalla privazione dei sensi. Appena chiuse le porte la piccola stanza diventa incredibilmente buia. Il tempo diventa liquido. Gli occhi sono i primi ad abituarsi al buio e poco dopo non fanno più la loro funzione. L’orientamento è in continuo resettarsi e le orecchie si acuiscono come quelle di un elfo, cercando di aggrapparsi al minimo rumore. Solo suoni d’ambiente che sono gli stessi ascoltati dalla suore per tutta la loro vita. Leggero gocciolare d’acqua, la macina per battere le erbe, una stoffa da rammendare attraversata da ago e filo. Chi può parlare del rumore che fa un filo mentre sfrega un altro filo? E il cuore si fa potente mentre le mani iniziano a sfregarsi ritmicamente le une sulle altre perché il corpo qualcosa deve, dannatamente, pur sentire. Si conclude con una preghiera sussurrata, lenta e profonda.

Dare un luogo al silenzio

“Il parlare è spesso un tormento per me e ho bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarmi dalla futilità delle parole.” (Carl Gustav Jung)

Parlare del silenzio sembra quasi ridurre ulteriormente il suo abitare il mondo. Le parole sono quelle che creano vicinanza tra gli uomini, comunione, affetti. E se si vuole creare comunione si deve infrangere il silenzio, dargli voce e ascolto col nostro linguaggio così da poter comprendere il suo. Come quando si sta imparando una nuova lingua. Si opera un continuo lavoro di traduzione di pensieri, regole grammaticali, fare paralleli tra gli uni e gli altri fino a che con un po’ di dimestichezza si inizia a pensare nell’altra lingua.

Nel linguaggio delle parole il silenzio deriva dalla prima lettera S che, trascinata, ricorda l’intimidazione a tacere talvolta accompagnata dal gesto del dito sulla bocca. Il silenzio sta nell’assenza di parole. La sua casa è la pausa tra due lemmi, il respiro che si fa largo, il pensiero che si fa prepotente. La sua casa è un segreto, un mistero, ciò che non si ha il coraggio di pronunciare.

Come usare le parole senza andare contro il silenzio: una lettura immaginale

I musei nascono come luoghi sacri alle Muse, Dee figlie di Zeus e Mnemosine, protettrici delle arti e delle scienze. Vi si risiedevano, alienati dalla realtà circostante, scienziati e letterari che operavano le loro attività sotto la custodia delle nove sorelle e guidati da Apollo. Oggi i musei sono luoghi deputati alla conservazione, restaurazione ed esposizione della memoria. Mostrano tracce provenienti dal passato, narrano dei luoghi e dei popoli che abitarono quelle terre, raccontano di arti antiche. Si alimentano di un misto tra bellezza, nostalgia e stupore. È con tale intento che la cittadina sabina ha inaugurato il Museo del silenzio. In onore alle Muse, ha dedicato uno spazio per far parlare l’anima del suo luogo.

Hillman più volte ritorna sul tema dell’anima dei luoghi facendosi traghettare ora dalla natura, ora dalla città, verso il regno immaginale di psiche.

“Anima mundi indica le possibilità di animazione offerte da ciascun evento per come è, il suo presentarsi sensuoso come volto che rivela la propria immagine interiore: insomma, la disponibilità di ciascun evento all’immaginazione, la sua presenza come realtà psichica. Non solo animali e piante infusi d’anima, come nella visione dei romantici, ma l’anima data da tutte le cose, le cose della natura, date da Dio, e le cose della strada, fatte dall’uomo”. (James Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, p. 130)

 

Anima alimenta ogni cosa ed ogni cosa parla di anima. Parafrasando una frase di Hillman: Ciò che conta è ricordare che, per imparare la psicologia, non c’è bisogno di chiudersi nella stanza della psicologia; basta leggere il mondo in modo psicologico.

Giacché non c’è differenza tra il mondo reale e quello immaginale, abitando il mondo si genera anima e qualsiasi elemento architettonico è proiezione di anima. Una confluenza di cemento, pietra, psiche di chi progetta e di chi sceglie di abitarvi, di chi conserva e di chi invece distrugge.

Ma cosa vuol comunicare l’anima che consacra il silenzio?

Qui, si vuole partire da una esperienza personale chi sta scrivendo per dare parola a quel segreto e quel mistero custodito dal silenzio. A volte il silenzio crea imbarazzo, altre può addirittura spaventare perché, attraverso il suo apparente vuoto, lascia lo spazio all’immaginazione.

“La paura del silenzio, dunque, non è tanto paura del vuoto, la paura che restando zitti cadremmo in quel vuoto di chi non ha nulla da dire, da mostrare, da raccontare. Al contrario, la paura è quella del pieno, di quelle incredibili, imprevedibili e sbrigliate fantasie che sono naturali per la mente, e che si presentano con tanta facilità nei sogni. La paura è quella della nostra interiorità, che minaccia di essere una caverna di Aladino o una foresta primordiale brulicante di vita allo stato selvaggio”. (James Hillman, Politica della bellezza, p. 113)

Il silenzio custodisce in segreto l’immaginazione, le chiassose voci dei demoni che lo abitano, il divino che le Marie Eremite pregavano.

Conclusioni

Nominando il silenzio di Fara In Sabina si accede a luoghi della psiche lontani. Si accede all’inconscio junghiano, al rimosso freudiano, al regno immaginale hillmaniano comunque lo si voglia chiamare. Si accede a parti di noi votate al divino che scelgono volontariamente di celarsi. Si richiama la loro devota attenzione, lo spirito sacro che accentra l’attenzione e permette di estraniarsi per seguire nuovi percorsi. L’anima è profonda e per quanto la si voglia percorrere non se ne vedranno mai i suoi confini. Solo orizzonti e ad ogni orizzonte un nuovo inizio mai la fine.