Una donna non può fare l’amore

Chi lavora non può far l’amore. In questi giorni la notizia della donna di Torino, vittima di revenge porn, licenziata dal suo impiego e in causa contro il suo ex fidanzato e contro la dirigente, ha riportato all’attenzione di molti.

C’è tanta ipocrisia nel modo di titolare notizie come questa. Ancora di più ce n’è in ciascuno di noi nell’affrontare questi temi. Siamo per molti aspetti un popolo sessuofobo. Ancor di più, possiamo considerarci lontani dal considerare donne e uomini come persone con pari diritti (impliciti ed espliciti), soprattutto per quel che riguarda la sessualità. Ma perché nei fatti di Torino diamo più peso al fatto di cronaca, piuttosto che alla monumentale voglia di rivalsa della vittima di revenge porn? Perché la sfera privata di una donna, violata da un uomo, è stata poi derisa e ritenuta lesiva per un posto di lavoro? In altre parole, in queste righe vorrei chiedermi e chiedervi se chi lavora può far l’amore.

Vorrei chiedermi e chiedervi se una donna, con tutti gli stereotipi attribuiti e con le caratteristiche individuali, può realmente lavorare come un uomo. La risposta è: no.

Chi lavora non può fare l’amore

“Chi non lavora non fa l’amore”
Questo mi ha detto ieri mia moglie
Questo mi ha detto ieri mia moglie
A casa stanco ieri ritornai
Mi son seduto, niente c’era in tavola
Arrabbiata lei mi grida che ho scioperato due giorni su tre

(Chi non lavora non fa l’amore – Adriano Celentano)

Non è la prima volta che l’intimità di una persona viene violata. Abbiamo parlato già altre volte di come anche la sessualità si sia evoluta con il Web 2.0. l’idea di condividere foto o addirittura video di parti del nostro corpo, se non di erotismo, se non di amplessi di coppia è diventata un’azione comune. Per quanto con tanti aspetti da tenere ben a mente. Aspetti legali, di cui non ci occuperemo. Ed aspetti psicologici, prima fra tutti, ancora una volta, c’è la consapevolezza.

L’amore, sentimento spesso irrazionale e viscerale, a volte, si maschera da frenesia d’amore. Per una strana alchimia di ormoni, di sensazioni, di pensieri, veniamo presi dalla frenesia del momento. E proponiamo, accettiamo, condividiamo, produciamo azioni e idee che, a mente fredda, ci possono sembrare stupidi. Ma del senno di poi sono piene le fosse. Sono piene le fosse soprattutto dell’immenso Internet, un luogo dove l’oblio è un’utopia. Ma se siamo liberi e consapevoli, noi e i nostri partner, l’oblio non dovrebbe servire a nulla. Se nella relazione, che sia d’amore o fatta esclusivamente di pulsioni fisiche, l’uno rispetta l’altro, beh, il diritto all’oblio diventa del tutto inutile.

Come è inutile ribadire che ognuno di noi, donna o uomo che sia, dovrebbe essere e sentirsi libero di dire sì, non e di cambiare idea anche mille volte. Se non siamo arrivati ancora a questo livello di libertà, è perché c’è ancora un grande problema di civiltà.

Tuttavia, la domanda al centro di questo articolo resta: chi lavora può fare l’amore?

Decenni di occidentale machismo farebbero rispondere a questa domanda che un uomo può e anzi deve fare l’amore e poi lavorare. Per decenni è stato proposto il modello di uomo di successo: successo sul lavoro, successo con le donne. Una via di mezzo fra il sogno americano e il sogno dei cinepanettoni italiani.

La donna no. La donna non ha questo diritto. Penelope, nell’attesa del marito, rifiuta le proposte di altri pretendenti, con l’inganno (caratteristica troppe volte attribuita alla donna). Lisistrata convince le donne ateniesi a uno sciopero del sesso, per far cessare le guerre che tengono lontani i mariti; ma deve scontrarsi con le tante che accampano scuse perché cedono al richiamo della carne. Le sirene, belle e ingannevoli, provano a far impazzire i naviganti. Circe porta direttamente gli uomini alla rovina. Per non parlare poi di Eva: prodotta dal corpo dell’uomo, ma causa delle nostre sventure odierne, causa della cacciata dal Paradiso terrestre. La donna usa il suo corpo. La donna che lavora, soprattutto le rare donne che rompono il “soffitto di cristallo” (termine per indicare la barriera che separa le posizioni lavorative di vertice fra uomini e donne), ha sicuramente usato il suo corpo per arrivare lì.

Quindi no. Una donna non può lavorare e fare l’amore. O almeno, le viene concesso di farlo, ma senza velleità di machismo. Nel segreto di una relazione domestica e schiva. Altrimenti, perde il dono dell’umanità e assume connotati di oggetto o di animali.

Donne contro donne

Si sa che la gente dà buoni consigli
Sentendosi come Gesù nel tempio
Si sa che la gente dà buoni consigli
Se non può più dare cattivo esempio

Così una vecchia mai stata moglie
Senza mai figli, senza più voglie
Si prese la briga e di certo il gusto
Di dare a tutte il consiglio giusto

(Bocca di rosa – Fabrizio de André)

Uno dei corollari più avvilenti quando si parla di discriminazione di genere è vedere che spesso le prime avversarie delle donne sono le donne stesse. Vedere una collega che fa più strada di noi sembra spesso una sconfitta. E come spiegazione – implicita o esplicita – c’è troppo spesso una componente mercificante della sessualità.

Nei fatti di Torino, la dirigente che ha licenziato l’insegnante ha ritenuto che quella violazione della privacy subita dall’insegnante fosse una minaccia per il lavoro. Altre donne hanno rilanciato il rischio di far lavorare una maestra – etichettata come poco di buono – con i propri figli. E sono arrivate a minacciare la vittima.

Ho letto diversi post sui social in cui veniva messa in risalto una presunta caratteristica femminile: l’invidia. O addirittura la gelosia. Ma queste non sono caratteristiche legabili alla donna in quanto tale. Sono reazioni che appartengono a tutti gli esseri umani.

In psicologia, però, esistono due tipi di invidia: l’invidia benigna e quella maligna. La prima motiva l’individuo ad aumentare il proprio impegno, per migliorare le proprie performance, al fine di raggiungere o superare i risultati dell’altro. La seconda, invece, ci fa desiderare che l’altro fallisca; a volte, ci spinge a mettere sgambetti, a tradire, a remare contro l’altro.

Come spesso avviene, ogni controversia si risolve con un “noi” contro un “loro” l’individualità svanisce a favore di illusorie categorie. Tutto diventa in quest’ottica una disputa in stile “Ciao Darwin”: bell* contro brutt*; brav* contro cattiv*; sposat* contro single ecc.. L’individuo, con il suo diritto all’autodeterminazione, alla privacy, alle scelte e alla consapevolezza, si perde in un meandro di stereotipi. Nel caso del revenge porn, così come in tutti i casi di abusi, la vittima subisce troppo spesso una attribuzione di colpa. Nel caso della maestra di Torino, il pensiero esplicito di molti – e implicito di ancora più persone – è che è colpevole di aver ripreso un momento di intimità. “Io non l’avrei mai fatto”. “Io sarei stata più furba”. Questa donna, però, si è assunta non la colpa, ma la responsabilità di ciò che ha fatto. Non l’ha rinnegato. Ma si è difesa e ha difeso i suoi diritti individuali. Perché è quanto mai condivisibile difendersi contro chi viola la nostra privacy. Ancor più condivisibile è difendersi contro un’istituzione (lavorativa? Governativa?) che appare sfruttare gli stereotipi a danno della vittima.

Ecco il lato psicologicamente costruttivo della vicenda: una donna a difesa di sé stessa. Perché non è sbagliato – letteralmente non è nemmeno giusto – riprendersi in intimità. È un comportamento, che, fatto con consapevolezza, dovrebbe essere naturalmente rispettabile. È un atto di potenza psicologica assumersi la responsabilità delle proprie scelte e difendersi contro chi su queste scelte costruisce un castello di accuse. Anche e soprattutto se si crea una disputa di donne contro donne. Perché il mondo oggi sembra essere ancora convinto che una donna sia meno di un uomo. Un mondo in cui il termine persona è spesso fuori moda.

Conclusioni

Un giorno che ero in giro in centro per caso
Dalla vetrina di un negozio ho visto un viso noto
Finta di niente mi sono fermato
Ed eri tu per mano con tuo marito

E il tuo bambino che dovrebbe avere
A occhio e croce due anni o tre
Che strano piacere che ho provato
Chissà se qualcuno ti ha detto mai
Cosa sei stata tu per noi

(La Regina del Celebrità – 883
)

Noi contro loro.

È una facile tentazione per molti. Privare l’individuo della sua identità e attribuire quelle di un’intera categoria è un fenomeno studiato per anni, un meccanismo di base, ma di cui paghiamo spesso le conseguenze. Tutti. Perché, oggettivamente, la distinzione fra uomo e donna conta così poco. Ciò che conta è l’individuo, con la propria identità e le proprie caratteristiche.

Ovviamente, con la propria consapevolezza e le proprie responsabilità. C’è poco da aggiungere: dobbiamo ancora combattere una battaglia di civiltà – e di psicologia applicata – per dirci che siamo persone e non solo uomini, donne o qualsiasi altra definizione.

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Info sull'autore

Teresa Di Matteo

Psicologa, Psicoterapeuta in formazione

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