Le tre non-qualità dello psicoterapeuta




L’immaginario della terapia è generalmente piuttosto distorto.

Di solito si giunge in terapia nelle fasi di passaggio da una fase di vita a un’altra. Si giunge in terapia magari tra l’adolescenza e la prima età adulta, oppure alla nascita del primo figlio o, ancora, alla sopraggiunta età della pensione.

Si giunge in terapia quando una serie di immaginari marciscono e altri ancora non germogliano. Si soffre e per questo si va in terapia. Nella sofferenza nasce l’idea salvifica della terapia e, di conseguenza, l’immagine dello psicoterapeuta. Ma molta terapia è stata mitizzata come James Hillman, il padre della psicologia archetipica, ci ricorda a più riprese.

Mentre soffro cerco, paziente, qualcuno che comprenda la mia sofferenza, qualcuno che accolga questa sofferenza, qualcuno che lenisca il dolore delle ferite. Una grande madre amorevole che ci prenda sulle ginocchia e con la sola imposizione delle mani, pacifichi il nostro pathos.

Non possiamo non riconoscere in queste aspettative una parte delle funzioni della terapia e, dunque, di temperamenti-competenze del terapeuta.

Eppure questa fase non è che quella iniziale e quella che prende minor tempo nel temenos, nel recinto dell’analisi, come amava chiamarlo Carl Gustav Jung. In questa fase troviamo calzanti parole come empatia, simpatia, compassione. Tre parole che hanno a che fare con il Pathos, con la sofferenza.

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L’empatia è un entrare dentro la sofferenza dell’altro e già il Dott. Michele Mezzanotte ce ne ha sottolineato gli aspetti terapeutici e contro terapeutici in questo spazio virtuale 👉 [CLICCA QUI per leggere “Il falso mito dell’empatia. Quando mettersi nei panni dell’altro impedisce la relazione].

Simpatia significa provare la medesima sofferenza.

Compassione rinvia al soffrire con l’altro.

Indubbiamente tre doti necessarie anche se tutti conosciamo i neuroni specchio (quei neuroni che si attivano quando osserviamo un’altra persona provare un emozione o avere una condotta e ci fanno percepire le sue sensazioni ed emozioni) e sappiamo che non si tratta di doti rare ma presenti in ognuno. Giacomo Rizzolatti ci espone chiaramente le scoperte fatte nell’università di Parma. 




Tutti siamo in grado di percepire le sofferenze e, più in generale, le emozioni altrui, ma non tutti facciamo uso di questa capacità allo stesso modo. Del resto ci difenderemo dalle emozioni dell’altro nella stessa misura in cui ci difendiamo dalle nostre.

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Le 4 Qualità dello psicoterapeuta 
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Dunque una prima caratteristica di un buon psicoterapeuta, e non dico nulla di nuovo, è il saper stare con le emozioni.

Questo, però, ci spinge a riflettere su altre qualità del terapeuta che potrebbero risultare meno desiderabili socialmente. Tra queste troviamo l’essere sadico, egoista, antipatico e profondamente pettegolo.

Le emozioni possono essere più o meno belle nel senso comune ma, in ottica di Anima, nell’ottica di uno psicologo, ogni emozione è bella. Dalla peggiore depressione all’amore più alto, dalla volontà di suicidio alla volontà di conseguire una laurea, dalla più grande vittoria alla più grande sconfitta, tutte, e dico tutte, le emozioni e le esperienze, sono di una bellezza sconfinata in quanto semplici manifestazioni di psiche.

Inoltre non c’è bisogno di lavorare a livelli alti per apprezzarne i contorni. Non succede come per altre professioni che vedono solo i grandi architetti, ingegneri, avvocati ecc. prendere contatto con progetti bellissimi. In Psicologia, già prima della laurea, si prende contatto con le forme più alte della psiche, le emozioni e le immagini.

Ogni paziente è un’opera d’arte. Questo è il lusso di questa professione.

Da qui emergono le qualità, inaspettate dal senso comune, di un buon terapeuta. Un buon terapeuta è un contemplatore di emozioni.

La contemplazione rinvia alla capacità di rendere gravido ciò che viene contemplato e contemplare la sofferenza implica il piacere nel veder soffrire l’altro fino a renderlo gravido.

Mi capita da sempre nella vita che, quando mi viene comunicata una brutta notizia su qualcuno, mi senta diviso tra il dispiacere per quella persona, e un certo gusto nel pensare che non sia capitato a me, nel pensare che ora sono curioso di sapere cosa farà. Come un gatto che giocherella con un topolino senza volerlo per nulla mangiare, contemplo, in estasi, il tragico evolversi degli eventi fuori e dentro di me.

In terapia avviene lo stesso. Ma questo padre sadico che fa fare i giochi più pericolosi, si maschera, o deve mascherarsi da madre accogliente per poter essere a sua volta accolto. Quindi al sadismo si accompagna un certo atteggiamento truffaldino e mercuriale (considerando che Mercurio era messaggero degli dei). Il paziente soffre e il terapeuta sente e contempla quel pathos come se fosse un opera d’arte michelangiolesca. A testa in su contempla le caratteristiche materiche della pennellata, delle velature e dei colori di quell’affresco e, mentre il paziente soffre, il terapeuta gode nella sua celata estasi. [Clicca qui e leggi Le 120 giornate di sodoma di De Sade per approfondire il sadismo]

Se non vi fosse questa qualità non vi sarebbe spazio per la sofferenza, per il pathos, per le passioni. Quello stesso pathos che il terapeuta al contempo contempla e patisce.

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Per contro, una seconda qualità di un buon terapeuta è essere antipatico.

Il paziente deve fare questa esperienza, deve provare un certo astio, una certa repulsione nei confronti del terapeuta. L’anti-patia non è altro che l’atteggiamento che si oppone al pathos, ossia alla sofferenza.

Un terapeuta contempla la sofferenza ma agisce anche per opporvisi se non risulta funzionale al percorso del paziente.

Opporsi significa opporsi al racconto del paziente, significa proporre racconti paralleli o alternativi, significa dire “non è così”, “non ti credo”, “questa è una esagerazione”. Chi si oppone è antipatico, ma sta soltanto opponendosi alla sofferenza non a noi. Sta cercando di creare una via per dialogare con la sofferenza.

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Terzo, il terapeuta deve essere egoista.

Ogni terapeuta, promuovendo il benessere del paziente (benessere da intendersi non come piacere, ma come favorire l’individuazione), cura anche se medesimo.

Ogni terapeuta ha bisogno dei suoi pazienti più di quanto la nostra categoria voglia far sapere. Quindi ogni terapeuta soddisfa questo bisogno e in tal senso favorisce il benessere del paziente perché così sta meglio lui stesso. Come un medico può ammalarsi e aver bisogno di cure così un terapeuta. Ma mentre il medico solo a volte può curarsi e medicarsi da se, uno psicoterapeuta lo fa in ogni singola seduta poiché i pazienti sono il suo balsamo.

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Infine, a chiudere questa quaternità, non possiamo dimenticare che per stare ad ascoltare le storie dei pazienti, storie a volte frizzanti, a volte tragiche, a volte banali o routinarie, a volte iperboliche, a volte assurde, insomma, per ascoltarle tutte, il terapeuta deve essere estremamente pettegolo.

C’è il pettegolezzo, di cui si dice tanto male; ma che in fondo è la base della carità, dell’interesse per il prossimo diceva Mario Soldati.

Essere avidi di racconti, di particolari, essere guardoni, impiccioni, riconduce ad una qualità deprecabile ma, ahimè, necessaria.

La parola “pettegolo” rimanda etimologicamente a un “piccolo peto”, quello che generalmente evitiamo, celiamo, quello che tratteniamo perché inopportuno e imbarazzante. Proprio questo un terapeuta cerca. E lo fa avidamente e con piacere, lo stesso piacere che ognuno di noi ha nello stare con i suoi “odori”.

Resta inteso che è un appetito e una voracità di racconti che restano in quel recinto specifico, con quello specifico paziente. Non potendoli portare fuori allora anche il terapeuta fa i suoi racconti e li mescola con quelli del paziente.

E’ questa mescolanza che cura.

Buona Terapia.

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P.S. Se ti è piaciuto l’articolo CLICCA QUI per conoscere il Dott. Luca Urbano Blasetti 

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