Book sharing e book crossing: una lettura immaginale

Il book sharing e il book crossing sono fenomeni che si possono considerare abbastanza recenti. Nati nelle grandi città americane, hanno attraversato l’oceano per sbarcare nel vecchio continente, poi valicare le Alpi e discendere gli Appennini fino ad attraversare tutta l’Italia. Hanno fatto un lungo viaggio visitando tanti luoghi, visti tanti mari e annusando tanti profumi.

Book sharing e book crossing a confronto      

Letteralmente book sharing significa “condivisione di libri” e indica un sistema di circolazione libera della cultura letteraria di tutti i generi. Si può scegliere di avvicinarsi a scaffali e librerie estemporanee e prendere un volume senza alcun vincolo, magari lasciare al suo posto un proprio libro che così potrà diventare di qualcun altro. Non è una bancarella del libro usato perché non si usa del denaro come merce di scambio e non è una biblioteca pubblica perché non c’è obbligo di registrazione e ne di restituzione. È una forma disinteressata di scambio tra lettori sconosciuti.

Esistono alcune varianti per il book crossing. Ci si registra in specifiche piattaforme online, si assegna un codice univoco al proprio libro e poi questo viene liberato in un luogo della città. Attraverso il codice univoco il libro potrà essere tracciato e il vecchio proprietario potrà continuare a seguirne la vita scoprendo i luoghi in cui in libro verrà condotto dalle mani del nuovo proprietario, solo se anche chi lo ha raccolto partecipa all’iniziativa. Per il book crossing i libri possono essere liberati (questo è il termine che viene usato dai BookCorsari quando viene lasciato un libro) in qualsiasi luogo lasciando spazio alla fantasia e alla immaginazione dei partecipanti. Si possono mettere nelle mani di una statua, lasciati apparentemente incustoditi su una panchina oppure tra gli scaffali di un supermercato. Insomma non ci sono prescrizioni alla libertà ritrovata del libro.

La lettura immaginale

Tutti i fenomeni umani  sono una manifestazione di psiche e quindi tutti possono essere letti psicologicamente.

La prospettiva psicologica è suprema e ha la precedenza perché la psiche ha la precedenza ed è necessariamente presente in ogni impresa umana. Il punto di vista psicologico non invade gli altri campi: è lì dall’inizio. (J.Hillman, Re-visione della psicologia, p. 229)

È questo lo spirito che muove questo articolo e che muove uno psicologo archetipico. Un invito esigente perché richiede una partecipazione con l’anima al vivere nel mondo, un occhio attento alle sensibilità e una mente poetica.

Se il book sharing e book crossing hanno preso tanta forza da attraversare migliaia di chilometri è perché a guidarli ci sono idee più antiche dei venti anni della loro diffusione e, mi azzardo nel dire che, la loro forza risiede anche nelle migliaia di storie che i libri scambiati portano impressi nelle loro pagine.

Ripercorrendo l’etimologia della parola libro si giunge alla parte più interna e morbida della corteccia dell’albero, la parte che appunto veniva utilizzata come supporto da incidere e per estensione libro diventa anche ciò che viene inciso. E se si esamina un testo di botanica si scoprirà come lo strato del libro sia quello che protegge l’albero dall’umidità e nel quale scorre la linfa, dalle foglie al resto della pianta. Il materiale e ciò che viene inciso è sostanza vitale per l’organismo, è ciò che nutre e al contempo protegge. Questo è l’essenza di ciò che chiediamo ad un libro. Chiediamo nutrimento e protezione e liberandoli chiediamo che nutrimento e protezione siano donati ad uno sconosciuto.

Quale nutrimento vogliamo liberare?

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro. (Umberto Eco)

Il libro è un ricettacolo perfetto per idee, immaginazione e proiezioni. Ogni pagina stimola i sensi del tatto, della vista e dell’olfatto. Le parole scorrono veloce o lentamente e ci ritroviamo catapultati nelle avventure dei protagonisti. Siamo in altre epoche, possiamo volare o strisciare, innamorarci o odiare profondamente. La lettura come culla di storie che, solo apparentemente, raccontando di altri, parlano invece di noi. Un noi che sentiamo in comunione con altri noi, che genera un senso di appartenenza universale, che ci fa sentire meno isolati. Un tale senso che scalda e richiede a sua volta condivisione, partecipazione.

Un piccolo albergo di Pozzuoli

Un libro che mi sono lasciata alle spalle e che ho profondamente amato è “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” di Luis Sepúlveda. Lo lessi quando frequentavo le scuole medie, pescato da una lista imposta come compito per le vacanze estive. Il criterio per la scelta non fu dei più nobili: il testo era breve e per di più economico. Le prime pagine non scorrevano fluide come avevo sperato, troppi nomi stranieri e la foresta amazzonica ecuadoriana non era un ambiente che mi affascinava. Eppure continuavo faticosamente nella lettura per adempiere al dovere di svolgere i compiti estivi. Quel libro lo finii in tempo per settembre, nessun professore mi chiese di relazionare su Antonio José Bolivar e finì impolverato su di uno scaffale nella libreria in alto. Diventata psicologa e psicoterapeuta in formazione, ho ripreso in mano quel volume e dalla seconda lettura ho compreso come la fatica che provavo da adolescente era il mio modo inconscio per assomigliare al protagonista del romanzo. Il suo andamento balbettante era il mio, il suo rileggere le frasi più volte per comprenderne il significato era la stessa operazione che costringevo a fare a me medesima, la sua incomprensione del mondo era la mia. Dopo aver fatto pace con quel vecchio, dilaniata se lasciarlo andare oppure no, l’ho posto in bella vista sullo scaffale di un piccolo hotel di Pozzuoli che serviva la colazione tra questi libri condivisi. L’ho posto tra due possenti volumi, un po’ per protezione, un po’ per esaltarne la piccolezza memore di averlo scelto per questo.

Conclusioni

Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere. Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia. Sapeva leggere. (L.Sepúlveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’ amore, p. 58)

Il vecchio del romanzo scopre, attraverso la lettura, un antidoto contro la propria solitudine. Vedovo, esiliato dal villaggio e dagli indios shuar, trova giovamento solo attraverso le storie d’amore e di passione che divora avidamente. Le storie che curano ci ricorda Hillman nel suo omonimo libro. Siamo esseri affamati di storie nelle quali ricerchiamo identificazione, giovamento oppure afflizione ma comunque ricerchiamo una cura. È la stessa ricerca che facciamo quando ci sentiamo in difficoltà e ci rivolgiamo ad uno psicologo. Ci sentiamo mossi dalla ricerca della soluzione ma, sarà nel proseguo della terapia, che scopriremo che cerchiamo di ricostruire la nostra storia riscrivendola, seduta dopo seduta, insieme al terapeuta designato. E lui, dal canto suo, farà altrettanto.

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